Dopo 20 anni di ricerca, Santa Tresa ottiene il riconoscimento per il vitigno autoctono dimenticato nei Nebrodi
Il vitigno Orisi può finalmente comparire sulle etichette dei vini siciliani. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo disciplinare Terre Siciliane Igt, questo vitigno autoctono – dato per scomparso e sopravvissuto solo in pochi esemplari sui monti Nebrodi – torna ufficialmente tra le varietà ammesse.
Fino a oggi, Santa Tresa, la cantina di Vittoria (Ragusa) che ha guidato il recupero di questa varietà, poteva produrre il vino ma non indicarne il nome in etichetta. Il loro “O” – simbolo eloquente di un nome che non si poteva scrivere – rappresentava questo vitigno dall’identità negata.

La storia di un recupero ventennale
Il progetto di salvataggio dell’Orisi inizia nel 2003 con un piano regionale di valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani. La Regione coinvolge il vivaio Federico Paulsen di Marsala e l’azienda Santa Tresa, guidata dai fratelli trentini Stefano e Marina Girelli, che nel 2001 avevano acquisito questa tenuta storica del 1697.
L’Orisi nasce dall’incrocio spontaneo tra Sangiovese e Montonico Bianco. Nel vigneto sperimentale di Santa Tresa – 5.600 metri quadrati con 18 vitigni e 31 fenotipi diversi – dalle 16 piante originali sono stati ottenuti 1.523 ceppi. Oggi questi crescono a spalliera su terreni franco-sabbiosi minerali, sopra uno strato di calcareniti compatte.
Caratteristiche tecniche e potenziale
Secondo il dossier del Dipartimento regionale dell’Agricoltura siciliana, l’Orisi presenta caratteristiche interessanti: medio vigore, ciclo vegetativo lungo (da marzo a settembre), buona produttività costante negli anni. Si adatta alle principali forme di potatura, resiste bene alle malattie e si innesta facilmente sui portainnesti più diffusi.
I vini che se ne ottengono sono equilibrati, con gradazione alcolica leggermente sotto la media e buona acidità. Il colore rosso rubino tenue permette anche la produzione di rosati o bianchi. Santa Tresa ne produce poche centinaia di bottiglie all’anno, su una produzione totale di circa 300mila bottiglie divise in 11 etichette.

Una cantina modello per la biodiversità
Santa Tresa rappresenta un caso virtuoso di agricoltura biologica in Sicilia. La tenuta si estende su 50 ettari, di cui 39 coltivati a vite, in una zona delimitata dal fiume Dirillo a nord, dai monti Iblei a est e dal mare a sud e ovest. Dal 2001 i Girelli hanno convertito la produzione al biologico, potenziato la cantina e adottato pratiche enologiche a bassa interferenza.
Oltre all’Orisi, la cantina custodisce cloni autoctoni di Frappato, Nero d’Avola e Grillo, più un altro “vitigno reliquia”: l’Albanello del Siracusano, che compare nell’etichetta “Insieme”, un blend bianco con Zibibbo (35%) e Fiano (10%).
Opportunità per il territorio
Il riconoscimento dell’Orisi apre nuove prospettive per la viticoltura siciliana. Prima di tutto, dimostra che il recupero dei vitigni autoctoni è possibile con progetti a lungo termine e investimenti mirati. In secondo luogo, offre ai produttori siciliani una varietà in più per differenziare la propria offerta in un mercato sempre più competitivo.
Per il territorio ragusano, questo risultato conferma la vocazione di ricerca e innovazione che può attrarre investimenti e competenze. La provincia di Ragusa, già nota per il Cerasuolo di Vittoria DOCG, aggiunge così un altro tassello alla propria identità enologica.
Il caso dell’Orisi dimostra anche l’importanza della collaborazione tra istituzioni pubbliche e aziende private nella valorizzazione del patrimonio ampelografico. Un modello che potrebbe essere replicato per recuperare altre varietà dimenticate, contribuendo a preservare la biodiversità viticola dell’isola.
La sfida ora è trasformare questo successo scientifico in opportunità commerciale, facendo conoscere al mercato un vitigno che porta con sé secoli di storia siciliana.
