La cantina salentina nata nel 1665 entra in Les Hénokiens, sodalizio parigino di imprese familiari con oltre 200 anni di storia
Leone de Castris fu fondata nel 1665 da Oronzo Arcangelo Maria Francesco dei conti di Lemos, a Salice Salentino, in provincia di Lecce. Per dare un’idea della prospettiva temporale: quando questa azienda muoveva i primi passi, mancavano ancora più di cento anni alla Rivoluzione Francese, e Mozart non sarebbe venuto al mondo per un altro secolo.
Oggi è guidata da Piernicola Leone de Castris, erede di una tradizione che attraversa secoli di storia italiana — unificazione compresa — senza che la proprietà abbia mai lasciato le mani della stessa famiglia. Ed è proprio questo, insieme ai bilanci in ordine, il requisito che ha aperto le porte al riconoscimento più recente: l’ingresso, da gennaio 2026, nell’associazione internazionale Les Hénokiens.
Da vino sfuso a pionieri del rosato italiano
Per lungo tempo la cantina produsse vino sfuso destinato all’esportazione, pratica comune nel Sud Italia dell’epoca: il vino salentino, ricco e concentrato, finiva spesso a rafforzare blend del nord Italia o d’Oltralpe. La svolta arrivò nel 1925, con il primo imbottigliamento sotto etichetta propria — il “Moscatello” — scelta lungimirante che segnò una discontinuità strategica netta.
Ma la data che ha scritto storia nell’enologia italiana è il 1943: in piena guerra, Leone de Castris imbottiglia il Five Roses, primo rosato imbottigliato in Italia. Non era un gesto di marketing — era quasi un azzardo imprenditoriale, in un paese che non aveva ancora una cultura del vino rosato in bottiglia. Undici anni dopo, nel 1954, arrivò il “Salice” rosso, che nel 1976 contribuì alla nascita della DOC Salice Salentino, oggi una delle denominazioni più riconosciute della Puglia.

350 anni di vigne: il patrimonio attuale
Oggi l’azienda è proprietaria di circa 250 ettari vitati e lavora una gamma ampia di vitigni autoctoni: Negroamaro, Primitivo, Malvasia Nera, Verdeca, Aleatico, Susumaniello e Fiano, insieme ad alcune varietà internazionali come Chardonnay e Sauvignon. Un portafoglio che riflette tanto l’identità territoriale del Salento quanto l’apertura verso i mercati globali.
La continuità non ha significato immobilità. Il percorso di Leone de Castris è segnato da scelte di modernizzazione successive — dall’imbottigliamento pionieristico degli anni Venti alla progressiva valorizzazione dei vitigni autoctoni — sempre mantenendo il filo con le pratiche tradizionali in vigna e in cantina.
Cos’è Les Hénokiens e perché conta entrarci
Les Hénokiens non è un network commerciale né un’associazione di categoria. Fu fondata nel 1981 dal francese Gérard Glotin — allora presidente della maison di liquori Marie Brizard — con un obiettivo preciso: riunire le imprese familiari che avessero resistito al tempo senza perdere la propria identità. Il nome è un omaggio al patriarca biblico Enoch, a cui la tradizione attribuiva una vita di 365 anni: longevità come simbolo, non come vanto.
I requisiti per entrare sono tre, e devono essere soddisfatti tutti insieme: almeno duecento anni di storia aziendale, proprietà ininterrottamente nella stessa famiglia, e solidità finanziaria documentata. Non basta la storia: serve anche che l’azienda stia bene oggi.
I membri si incontrano, si confrontano su strategie e sfide comuni, e condividono una filosofia di fondo: l’impresa familiare come modello capace di guardare al lungo periodo più di quanto non facciano le multinazionali quotate in borsa. Lo stesso club ha promosso ricerche universitarie per capire le radici della longevità aziendale: i fattori emersi — identità preservata, qualità costante, radicamento territoriale, capacità di rinnovarsi senza stravolgere — descrivono esattamente il profilo di chi entra nell’associazione.
57 membri in tutto il mondo, 15 sono italiani
Con l’ingresso di Leone de Castris, i soci salgono a 57, distribuiti in dieci paesi: 16 francesi, 15 italiani, 10 giapponesi, 5 svizzeri, 3 tedeschi, 2 austriaci, 2 belgi, 2 olandesi, 1 inglese e 1 portoghese. I settori rappresentati vanno dall’aeronautica all’editoria, dall’industria pesante ai servizi finanziari, passando per la manifattura tessile e il vino.
L’Italia, con 15 aziende, è il secondo paese più rappresentato dopo la Francia — un dato che riflette la struttura storica del capitalismo italiano, fatto di imprese familiari radicate nei territori e orientate alla trasmissione intergenerazionale. Tra le italiane già iscritte figurano la Fabbrica d’armi Pietro Beretta, la liquirizia Amarelli di Rossano in Calabria, la distilleria Bortolo Nardini di Bassano del Grappa e il produttore di vino Guerrieri Rizzardi di Bardolino. L’ammissione di Leone de Castris è stata formalizzata dal presidente dell’associazione Alberto Marenghi — lui stesso imprenditore italiano, alla guida della Cartiera di Mantova fondata nel 1615.
Un ingresso in Les Hénokiens non cambia il vino nel bicchiere. Ma certifica qualcosa che nel mondo dell’enologia vale molto: la continuità. La reputazione di una cantina si costruisce per stratificazione — annata dopo annata, generazione dopo generazione — e appartenere a un network di imprese bicentenarie funziona come una garanzia culturale prima ancora che commerciale.
Per il Salento, è anche un segnale di visibilità internazionale. Il Sud Italia non è storicamente associato all’immagine di aziende longeve e strutturate: il riconoscimento a Leone de Castris contribuisce, silenziosamente, a ridisegnare questa mappa.
