L’antica sècena torna sulle tavole campane dopo decenni di abbandono grazie a nove aziende locali
La sècena del Matese ha ottenuto il riconoscimento di Presidio Slow Food, segnando il ritorno di un’antica varietà di segale che per secoli ha sfamato le popolazioni tra Campania e Molise. Questa varietà, probabilmente introdotta dai Longobardi, era coltivata fino a 1000 metri di altitudine, dove il grano non riusciva a crescere.
Un cereale dimenticato che rinasce
Nel secondo dopoguerra la sècena è stata progressivamente abbandonata, sostituita da farine considerate più pregiate. I terreni sono stati convertiti ad altre coltivazioni o la segale è rimasta solo per l’alimentazione animale. Il pane nero, simbolo della cucina povera montana, è scomparso dalle tavole.

Negli ultimi anni però le amministrazioni di Castello del Matese e Letino hanno investito nel recupero di questa coltura, sfruttando fondi del Ministero della Cultura. Con l’aiuto dell’Università Federico II di Napoli, sono riuscite a coinvolgere nove aziende agricole nella coltivazione.
Le applicazioni in cucina
La segale del Matese si presta a diverse preparazioni. Patrizia Coluccio, una delle produttrici, ha sperimentato con successo gnocchetti realizzati con farina 100% di segale macinata a pietra. Ma le possibilità sono ampie: prodotti da forno, pasta secca e persino l’uso della crusca per l’affinamento del formaggio pecorino.
Pizzaioli e panificatori della zona mostrano forte interesse per questo ingrediente locale. Roberto Navarra, che coltiva sopra i mille metri, conferma: «La richiesta da pizzaioli e panifici è così alta che non riesco ad accontentare tutti».
Coltivazione nel Parco Nazionale
L’areale di produzione ricade nel nuovo Parco Nazionale del Matese, riconosciuto ad aprile 2024. La zona, ricca di faggete e querce, ospita anche l’aquila reale. Curiosamente, una piccola piana a 900 metri si chiama proprio Sècena, termine dialettale per segale.
La semina avviene tra settembre e novembre, la raccolta tra fine giugno e inizio agosto, a seconda dell’altitudine. Ogni raccolto deve riservare una quota importante di seme per l’anno successivo, rendendo lenta l’espansione produttiva.

I vantaggi per il territorio
Il riconoscimento Slow Food porta diversi benefici al territorio del Matese. Innanzitutto valorizza un prodotto identitario che racconta la storia locale attraverso il cibo. La filiera corta che si sta creando – dai produttori ai trasformatori locali – genera nuove opportunità economiche per un’area montana spesso marginalizzata.
La presenza del Parco Nazionale amplifica le potenzialità turistiche legate al food. Ristoratori e pizzaioli possono proporre piatti che raccontano autenticamente il territorio, attraendo visitatori interessati ai prodotti tipici.
Per le aziende agricole si aprono nuove fonti di reddito. Come spiega Costantino Leuci, referente del Presidio: “Le economie di piccola scala che si stanno creando ampliano le possibilità di guadagno per i produttori”.
Le sfide future
La produzione attuale rimane limitata, ma i segnali sono incoraggianti. L’interesse crescente di trasformatori e ristoratori dimostra che esiste un mercato per questo prodotto di nicchia. La sfida sarà aumentare gradualmente la produzione mantenendo la qualità e l’identità territoriale che hanno reso possibile il riconoscimento Slow Food.
La sècena del Matese rappresenta un esempio virtuoso di come si possa recuperare il patrimonio agroalimentare locale creando al contempo opportunità economiche sostenibili per territori di montagna.
