È il momento di riscoprire i veri valori dello stare assieme e di essere uguali, per abbattere i muri e riportare tranquillità ai mercati
Al di fuori dei contesti ufficiali, dove esistono ancora dei rigidi protocolli, sedersi attorno a un tavolo è un atto uniformante, porta tutti i presenti allo stesso livello, specialmente se il tavolo è rotondo. Sedersi attorno a un tavolo acquisisce, dunque, un significato simbolico, che va oltre il mangiare e bere insieme.
Un altro aspetto di mangiare insieme è la condivisione del cibo, soddisfare la curiosità di un piatto nuovo, scoprire una nuova cultura attraverso i suoi piatti tipici. Mangiare assieme permette di abbattere dei muri, di avvicinare. E mai come in questo periodo avremmo bisogno di demolire muri.
Purtroppo, la capacità del cibo di unire i popoli si scontra oggi con la durezza dei dazi, che trasformano i prodotti della terra in armi negoziali. In questo scenario, la ‘tavola’ non è più un luogo di condivisione, ma un terreno di scontro dove gli interessi personali prevalgono sul bene comune dei mercati.
Quest’ultimo anno è stato caratterizzato da una situazione geopolitica altamente instabile. Molti esperti concordano nell’attribuire all’attuale governo americano la responsabilità di tutto questo. Senza entrare nel dettaglio, ma l’uso dei dazi come clava per ottenere concessioni, spesso personali, ha portato a una sostanziale perdita di fiducia nelle capacità del mercato statunitense di mantenere i rapporti commerciali con i partner (o forse quasi ex a questo punto).
La risposta dell’Europa, e di altri Paesi, è stata quella di accelerare la stipula di accordi di libero scambio con altre realtà. Da una parte Trump mette i dazi, dall’altra li elimina. Come tutti gli accordi entrano in gioco dei compromessi che non potranno accontentare tutti, ma alla lunga permetteranno di saldare nuovi legami e aprire nuovi mercati per i prodotti Made in Italy.
È partito l’iter per ratificare il recente accordo tra UE e India, mentre il Mercosur ha subito un imprevisto rallentamento. Ma è troppo importante per l’UE aprire nuove vie commerciali libere da dazi. I timori da parte di alcune categorie possono essere superati attraverso la corretta applicazione dei controlli alla frontiera e da una migliore comunicazione al consumatore del valore della filiera.
È il consumatore la figura cardine di tutto il gioco; è lui, con le sue scelte finali all’atto dell’acquisto, che decide il “destino” di un prodotto o di un servizio. Ma mai come in questo momento è necessario informare in modo corretto il consumatore su quello che accade prima di portare un piatto in tavola. La richiesta di trasparenza e tracciabilità dei prodotti arriva da tutte le parti in gioco. Perché queste informazioni aiutano a capire chi fa cosa e come lo fa.
In questo periodo il consumatore è tra l’incudine e il martello, le ricerche di mercato dicono che cerca sì la qualità, ma al contempo deve usare l’abaco per fare la spesa. Una situazione che non fa per niente bene ai consumi interni. C’è bisogno che la politica spiani la strada alle aziende sull’export, ma consenta anche agli italiani di andare a fare la spesa senza preoccupazioni.
Il mercato non è fatto solo di numeri e dazi, ma di persone e di fiducia. Per superare l’attuale instabilità, è necessario riportare il dialogo attorno a quel tavolo rotondo che livella le differenze. In un mondo che usa i commerci come armi, la vera sfida dell’Italia e dell’UE sarà quella di dimostrare che la ragnatela globale può ancora essere un luogo di connessione e non una trappola, a patto di riscoprire il valore profondo e universale del saper stare insieme.
