Incendi record in Italia, Francia e Spagna, mentre il cambiamento climatico cambia anche vendemmia e agricoltura italiana
L’estate 2026 sarà ricordata per gli incendi che hanno colpito l’Europa. Italia, Francia e Spagna stanno riempiendo le cronache con quotidiani rapporti di quanti ettari sono stati bruciati, di quanta biodiversità è andata distrutta e di quanti sono i milioni di euro di danni. Secondo i dati EFFIS aggiornati a fine luglio, tra i tre Paesi sono già andati in fumo oltre 366mila ettari, un’area grande quanto la Valle d’Aosta. Il fronte amministrativo e politico ha attivato la macchina dei soccorsi e dei proclami, ma andando ad analizzare le cause ci si trova in una situazione modello «chiudere la stalla quando i buoi sono scappati».
Il prezzo del negazionismo
All’inizio è stato detto sottovoce, poi sempre più forte: la causa di questa devastazione è il cambiamento climatico. Gli scienziati che studiano il clima l’avevano predetto: nei loro scenari c’era scritto che l’Europa e il Mediterraneo avrebbero subito un rialzo delle temperature più elevato rispetto ad altre aree del pianeta. La storia la conosciamo: nessuno ha voluto assumersi i costi per contrastare il cambiamento climatico. Nessuno ha voluto assumersi la «colpa» di quello che accadeva e sta accadendo. A ogni monito del mondo della scienza uscivano, come dal cilindro del mago di turno, detrattori e figure politiche che ne indebolivano il messaggio.
Il caso più recente arriva dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha revocato l’endangerment finding, la dichiarazione scientifica del 2009 che riconosce ai gas serra un pericolo per la salute pubblica, ha tagliato del 55% il budget dell’Agenzia per la protezione ambientale eliminando i fondi per la ricerca sul clima, e ha ridotto di oltre 1,3 miliardi di dollari i finanziamenti alla NOAA, compresi i satelliti dedicati al monitoraggio climatico. Nel frattempo ha dichiarato l’emergenza energetica nazionale per accelerare trivellazioni ed estrazioni di petrolio e gas, rimuovendo i vincoli normativi che le limitavano.
Tutti gli eventi mondiali dedicati al clima sono stati un fallimento: mancava totalmente la capacità di ammettere che la Terra è l’unico pianeta dove possiamo vivere e che ne siamo responsabili. Senza unità d’intenti il risultato era scontato: non si sarebbe fatto nulla. La decisione, in sintesi, è stata quella di spostare sempre più in avanti le possibili azioni, senza contare che ogni ritardo peggiorava sempre di più la situazione.

Il cane che si morde la coda
In questi anni sta arrivando il conto. Attenzione che certi cambiamenti non sono lineari, ma innescano dei meccanismi di retroazione che amplificano gli effetti, tradotto: più si scalda il pianeta, più accadono situazioni che lo fanno scaldare. Gli incendi estivi ne sono un esempio: le temperature estreme, la mancanza di piogge, la vegetazione secca hanno permesso la rapida propagazione del fuoco, che ha liberato una enorme quantità di carbonio e altre sostanze in atmosfera che aiutano l’effetto serra. Quando tutto finirà mancheranno all’appello delle aree verdi che contribuivano a mitigare il clima e questo favorirà l’aumento della temperatura. Il cane che si morde la coda.
Chi ha osteggiato ogni politica pensata per contrastare il cambiamento climatico, spesso lo ha fatto per un tornaconto personale sia economico sia politico. Non è un sospetto, è storia documentata: ExxonMobil sapeva già dai primi anni Ottanta, grazie ai propri scienziati, che i combustibili fossili avrebbero alterato il clima, eppure tra il 1983 e gli anni successivi tagliò i fondi interni per la ricerca climatica da 900mila a 150mila dollari l’anno, dirottando risorse verso campagne per alimentare il dubbio pubblico. Il risultato di questo immobilismo sono portafogli gonfi per qualcuno e danni sempre più grandi per la collettività e non solo. Basti pensare alle grandinate di questa estate, che hanno messo in crisi diversi comparti agricoli, con raccolti distrutti. Ok, c’è l’assicurazione, ma questo crea un buco nel mercato che sarà riempito da altri.
Vendemmia e risorse in bilico
Un altro effetto del clima attuale è l’anticipo della vendemmia. Sembra una cosa semplice sulla carta, ma una vite è viva, cambia e si adegua a quello che la circonda, e per chi lavora nelle cantine diventa difficile stabilire l’esatto giorno della raccolta, soprattutto per chi opera manualmente e non ha alcuna meccanizzazione. Ormai bastano pochi giorni per far cambiare all’uva il rapporto acidi/zuccheri, complicando la vita agli enologi. Perché fare vino è un gioco di delicati equilibri.
Non parlo della situazione del riso in Piemonte e Lombardia, troppo complessa da affrontare in poche righe. Posso riassumerla così: l’acqua sta diventando, è diventata, troppo preziosa e chi l’ha se la tiene stretta.
Il fuoco non ha bruciato solo foreste, ma anche le bugie di chi negava il cambiamento climatico. Guardando le foto degli incendi della zona di Bordeaux non posso fare a meno di chiedermi: quale mondo stiamo lasciando ai nostri figli?
