Dazi Usa, guerra in Iran e clima: pensieri su un anno che ha cambiato export, vino e turismo enogastronomico italiani
È un anno che siamo online, e di notizie e di cose ne sono successe nel mondo. È stato un anno che ci ha fatto capire come anche una rivista che parla di cibo, vino e turismo non possa esimersi dall’affrontare temi che a prima vista sembrano marginali, come le decisioni politiche ed economiche di altri Paesi o gli eventi geopolitici mondiali, e che hanno invece una profonda influenza anche in questo settore.
Prendiamo a esempio il mondo del vino. Siamo i maggiori produttori al mondo, ma il modo di consumarlo è cambiato, le esportazioni erano in territorio positivo e si stava crescendo in diversi mercati. Poi dazi unilaterali, imposti senza una apparente ragione economica da Trump, hanno scombussolato il mercato con gli Usa, da sempre il maggior importatore di vino italiano. Un’altra decisione sconsiderata è stata la guerra mossa all’Iran: un tentativo maldestro di “regime change” che, da azione lampo, si è trasformato in un conflitto che dura da troppo tempo (non ricorda qualcosa accaduto pochi anni prima?). Il risultato di questa azione: ennesimo aumento dei costi energetici, crisi dei fertilizzanti, chiusura di mercati in crescita per il nostro vino come quelli dei Paesi del Golfo, dove il turismo internazionale stava spingendo l’export.

Ci sono altri due macro-temi che influiscono in modo significativo sulla nostra vita e sono tra loro strettamente correlati, anche se alcuni esponenti politici, volutamente, evitano questo collegamento: il cambiamento climatico e i migranti. Collegati perché l’Africa ha come sbocco naturale il Mediterraneo e il Medio Oriente. L’Africa è il continente che ha una crescita demografica più alta rispetto al resto del mondo, ma è anche quello con più difficoltà a nutrire questa popolazione, sia per cause ambientali sia per cause politiche (molte terre fertili in Africa sono coltivate da realtà straniere, in particolare operano Paesi come gli stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait), la Cina, l’india, per il loro fabbisogno e non per quello della popolazione locale).
Il cambiamento climatico, nonostante i detrattori, ha una chiara impronta antropica e sta modificando in modo significativo il nostro modo di vivere. Basti pensare che la Polonia ha problemi di siccità come il Sud Italia; in Africa questo problema è ancora maggiore. E cosa fa una popolazione quando non può più coltivare la terra? Migra. Al di là della dietrologia politica da quattro soldi, che usa la paura come strumento per raccogliere consensi, la realtà è che il nostro pianeta sta cambiando, si sta adattando alle nuove condizioni climatiche. I confini rischiano di diventare qualcosa di aleatorio, efficaci solo sulla carta.
Il mondo è pronto a gestire questi fenomeni?
Lo so, è una domanda retorica, ma dovrebbe stimolare un po’ di riflessioni. Parlare di cibo e di vino è parlare di quello che la Terra ci sta permettendo di avere. Ma quando cambia la Terra, dobbiamo cambiare anche noi, dobbiamo adattarci: in Sicilia sono arrivate piantagioni di frutti tropicali, nei nostri mari specie aliene, l’ulivo sta alzando la sua latitudine, il Sud dell’Inghilterra ha le caratteristiche climatiche dello Champagne del secolo scorso. Forse quello che oggi chiamiamo tradizione tra qualche anno sarà diverso: in fondo il pomodoro è diventato simbolo della cucina italiana, ma è arrivato in Europa con Cristoforo Colombo e, sino al Settecento, non è entrato nelle cucine.
Adesso è ora di andare in vacanza per qualche giorno, ma con i miei saluti vi lascio uno spunto per quando sarete in ozio vacanziero: voi siete pronti a questi cambiamenti?
