Uno studio rivela i costi nascosti degli alimenti: dalla salute all’ambiente, ecco quanto paghiamo davvero per yogurt e pasta
Il prezzo che leggiamo sullo scaffale del supermercato racconta solo una parte della storia. Quando acquistiamo un vasetto di yogurt da 4 euro al chilo, in realtà il suo costo reale per la società è di 6,61 euro: il 65% in più. La differenza? La paga la collettività sotto forma di spese sanitarie, degrado ambientale e perdita di biodiversità.
A rivelarlo è l’Indice di Impatto Socio-ambientale delle Filiere Agroalimentari (ISFA), presentato il 17 settembre durante Food Social Impact 2025. Lo studio, sviluppato dal Centro studi Up2You su commissione di Gruppo Food, è il primo indicatore che monetizza sistematicamente i costi nascosti della filiera alimentare italiana.

I numeri che fanno riflettere
L’analisi ha preso in esame sette prodotti di largo consumo, rivelando aumenti significativi rispetto ai prezzi di scaffale. La pasta, simbolo della dieta mediterranea, costa in realtà il 42% in più: da 1,62 euro passa a 2,30 euro al chilo. La passata di pomodoro, eccellenza del Made in Italy, registra un incremento del 53% principalmente per il consumo idrico.
Il pane bianco presenta un costo nascosto del 52%, mentre il prosciutto cotto, pur avendo un costo esterno superiore ai 4,50 euro al chilo, mostra un aumento percentuale più contenuto (27%) a causa del prezzo di partenza già elevato.
Non tutti gli alimenti sono uguali. I piselli surgelati si distinguono con un costo nascosto di soli 0,80 euro al chilo, pari al 20% del prezzo di scaffale, posizionandosi tra i prodotti più sostenibili. Le banane convenzionali presentano un extra-costo del 32%, che scende al 19% per quelle del commercio equo e solidale Altromercato.
Cosa si nasconde dietro questi costi
L’indice ISFA si basa su tre pilastri: Ambiente, Nutrizione e Persone. Per lo yogurt, le voci più pesanti sono le emissioni di gas serra, il benessere animale e la sicurezza dei lavoratori. Nella pasta pesano soprattutto le emissioni durante l’essiccazione e il consumo di acqua. La passata di pomodoro sconta l’impatto sulla biodiversità e l’uso intensivo di risorse idriche.
Il framework utilizzato è quello del True Cost Accounting, che traduce in valore economico gli impatti ambientali e sociali lungo tutta la filiera produttiva. L’obiettivo non è puntare il dito, ma offrire uno strumento concreto per orientare le strategie di sostenibilità.

Uno strumento per il futuro
«Ogni alimento ha un prezzo reale più alto di quello pagato alla cassa», spiega Alessandro Broglia, Chief Sustainability Officer di Up2You. «La differenza, oggi, la stiamo pagando come collettività e in parte la pagheranno le generazioni future».
L’indice mostra una chiara distinzione tra filiere più complesse ed energivore, come quelle dei latticini e delle carni, e filiere più corte e virtuose. Non si tratta di criminalizzare certi prodotti, ma di rendere trasparente il loro impatto reale per permettere scelte più consapevoli a tutti i livelli: dai consumatori alle aziende, fino ai decisori politici.
I dati utilizzati sono medie di settore, il che significa che esistono aziende con performance migliori e peggiori. L’esempio delle banane Altromercato dimostra come pratiche virtuose possano ridurre significativamente i costi nascosti.
Lo studio rappresenta un primo passo verso una maggiore trasparenza nel settore agroalimentare, fornendo uno strumento pratico per misurare e ridurre gli impatti negativi lungo tutta la filiera.
