Gli italiani stanno bene a tavola

Lo stile italiano predilige la convivialità, nei nostri ristoranti c’è una atmosfera diversa che aiuta corpo e spirito. La cultura del fast food lasciamola agli Usa

Questo fine settimana ho ricevuto una gradita visita di un amico da oltreoceano. Vive negli Stati Uniti da molti anni, ha creato lì la sua famiglia, ed è testimone diretto di quello che accade. Eravamo a pranzo, in un locale gestito da altri amici, e stavamo festeggiando Sant’Antonio, patrono tra l’altro degli agricoltori, infatti eravamo circondati da tavolate di coltivatori di riso (la mia zona è vocata alla risicoltura). Tralascio le chiacchiere politiche emerse durante il pranzo, non è questa la sede per discuterle, ma vorrei sottolineare, invece, come lui apprezzi, ogni volta che torna, il piacere di stare a tavola con gli amici di una vita e condividere con loro il pasto. Come piatti per noi normali, per lui siamo quasi “esotici”, assenti dalla cucina statunitense, per esempio la lingua di manzo con la salsa verde. E non parliamo dei prodotti assolutamente introvabili oltreoceano, come il salame d’la doja (piccoli salami messi conservati all’interno di “dolium” di terracotta immersi nello strutto fuso, oggi non si usa più la terracotta per praticità).

La convivialità e il piacere di stare a tavola rappresentano un momento fondamentale per il nostro stile di vita, al contrario di chi festeggia la giornata dei “piatti pronti per la TV”. Due stili diversi di approcciarsi al cibo, al vino, alla tavola. Il nostro modo di mangiare è all’antitesi di quello statunitense, a partire dal tempo. Chi ha viaggiato negli Usa ha visto che i fast food regnano sovrani, e ce ne sono per ogni gusto, l’importante è la standardizzazione dell’offerta e la velocità nella preparazione. Andare a cena negli Stati Uniti significa avere 60 minuti circa per cenare, dopo il dolce arriva il conto con l’implicito messaggio di alzare i tacchi, un locale può arrivare a fare sino a tre turni ogni sera. In Italia è quasi un sacrilegio cacciare i clienti, i due turni vengono fatti da situazioni particolari e non da tutti.

Un altro fattore che rende la nostra cucina diversa è l’asporto, o come di dice oggi il delivery. Prima era collegato solo alle gastronomie (ma bisognava andare in negozio e portarselo a casa), oggi, invece, è diventato possibile farsi portare a casa un pasto da un ristorante. Se confrontiamo il nostro delivery con quello statunitense scopriamo molte differenze: da noi un’eccezione, oltreoceano una abitudine. Da noi un lascito della pandemia, laggiù una modalità che sta portando alla creazione di Ghost Kitchen, locali dove si cucina solo per il delivery. Circa il 60% degli statunitensi lo usa almeno una volta alla settimana, in Italia è molto più occasionale, con la pizza che regna incontrastata.

Abbiamo una nostra identità, siamo flessibili e accogliamo le novità, lo abbiamo sempre fatto, ma credo che sia il nostro il modello giusto da seguire. Troppi italiani, specialmente i giovani, stanno allontanandosi da questo stile di vita e si avvicinano (spinti da pubblicità e affini) verso uno stile più “Yankee” che alla luce dei fatti ha prodotto: obesità, diabete, malattie cardiovascolari, con problematiche sociali annesse. Godiamoci la nostra cucina in compagnia: fa bene al corpo e allo spirito.   

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