Fave e pere: il cibo degli schiavi romani a Pompei

Nuovi scavi rivelano cosa mangiavano davvero i lavoratori schiavizzati e perché la loro dieta era migliore di quella dei cittadini liberi

Immaginate di aprire una dispensa rimasta chiusa per duemila anni. Dentro, anfore con fave ancora riconoscibili e un cesto di frutta – pere, mele, forse sorbe – sistemato con cura al primo piano di una villa. È quello che è successo negli scavi della villa di Civita Giuliana, a pochi passi da Pompei, dove gli archeologi hanno trovato tracce concrete di quello che finiva nei piatti degli schiavi romani.

La scoperta ribalta un po’ l’idea che abbiamo della tavola antica: a volte chi lavorava nei campi mangiava meglio dei cittadini formalmente liberi.

Una questione di investimento

I romani chiamavano gli schiavi “instrumentum vocale”, strumenti parlanti. E come ogni strumento di lavoro che si rispetti, andava mantenuto in efficienza. Il padrone della villa aveva fatto i suoi conti: un lavoratore schiavizzato poteva valere diverse migliaia di sesterzi, quindi conveniva integrare la dieta base di grano con qualcosa di più nutriente.

Pompei - foto Maurizio Ferrari
Pompei – foto Maurizio Ferrari

Le fave fornivano proteine, la frutta vitamine. Semplice economia domestica applicata alla gestione della forza lavoro. Gli archeologi stimano che per sfamare cinquanta persone – la capienza del quartiere servile di Civita Giuliana – servissero 18.500 chili di grano all’anno, prodotti su circa 25 ettari di terreno. Ma solo grano non bastava: senza integratori, sarebbero arrivate le malattie da malnutrizione.

La dispensa del primo piano

Il cibo non era conservato a caso. Al primo piano, lontano dai topi e dai ratti che infestavano il pianterreno – gli archeologi ne hanno trovati i resti negli alloggi servili del piano terra, che non avevano nemmeno un vero pavimento, solo terra battuta.

C’era anche un altro motivo per tenere le provviste in alto: il controllo. Probabilmente al primo piano dormivano i servi più fidati, quelli che distribuivano le razioni giornaliere agli altri in base all’età, al sesso, al tipo di lavoro. Una gerarchia interna al mondo degli schiavi, necessaria per far funzionare una macchina produttiva che coinvolgeva decine di persone.

Il paradosso della tavola romana

Ed eccolo, il paradosso: nelle celle da 16 metri quadri dove dormivano fino a tre persone per stanza, arrivava cibo che molte famiglie libere non potevano permettersi. Cittadini formalmente liberi che dovevano chiedere l’elemosina ai potenti della città per sopravvivere, mentre gli schiavi delle ville agricole mangiavano fave e frutta fresca.

«Il confine tra schiavo e libero rischiava continuamente di svanire», spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei. «Respiriamo la stessa aria, mangiamo le stesse cose, a volte gli schiavi mangiano persino meglio dei cosiddetti liberi».

Fave secche
Fave secche

Cosa ci racconta oggi questa scoperta

Gli scavi di Civita Giuliana continuano dal 2017, quando si è deciso di fermare i saccheggi sistematici che per anni avevano svuotato la villa. Ogni nuovo ambiente porta alla luce dettagli sulla vita quotidiana: porte con borchie di ferro, attrezzi agricoli, la stanza del carpentiere.

Ma sono proprio le anfore con le fave e il cesto di frutta a raccontarci qualcosa di più profondo sulla società romana. Ci parlano di un sistema economico che trattava le persone come beni da mantenere in efficienza, ma anche di come l’umanità trovasse sempre il modo di emergere, anche nelle condizioni più difficili.

E ci ricordano che la storia del cibo è sempre, anche, una storia di disuguaglianze e di potere. Allora come oggi.

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