Dalle anfore ai banchetti, come il vino e il suo consumo raccontano chi eri e cosa volevi diventare nella società etrusca
Quando beviamo un bicchiere di vino toscano, probabilmente non pensiamo che stiamo continuando una tradizione che ha oltre duemila anni. Eppure gli Etruschi, lungo quella stessa costa livornese dove oggi si producono alcuni dei vini italiani più apprezzati, avevano già capito tutto: il vino non era solo qualcosa da bere, ma un modo per definire il proprio status sociale, stringere alleanze e parlare con gli dei.
Lo racconta bene Carolina Megale, archeologa, nel suo libro “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” (Effigi Edizioni), un volume che nasce dalla mostra del 2023 “Nel segno di Fufluns” e che prova a ricostruire questa storia attraverso gli oggetti quotidiani: anfore, coppe, falcetti per potare le viti.
Quando inizia tutto
La storia della viticoltura in Etruria comincia tra il Bronzo finale e la prima età del Ferro. Non è ancora la produzione organizzata che verrà dopo, ma i segni ci sono già: falcetti metallici e altri strumenti agricoli che testimoniano pratiche di cura della vite. Come spiega Megale nel libro di 224 pagine (con testo anche in inglese), «la presenza di pennati e falcetti metallici testimonia pratiche di cura della vite che precedono la piena organizzazione della viticoltura etrusca».

Insomma, gli Etruschi non hanno inventato il vino – quello arrivava da più lontano – ma lo hanno fatto loro, lo hanno integrato nella propria cultura in un modo che andava ben oltre il semplice consumo.
Il banchetto non è solo mangiare e bere
Uno dei capitoli più interessanti del libro riguarda proprio questo aspetto: il ruolo del vino nei banchetti. E qui Megale ci tiene a sfatare un mito. Il banchetto etrusco non è una copia di quello greco, come a volte si è pensato. Le élite etrusche avevano già sviluppato proprie pratiche conviviali prima della colonizzazione greca, e il vino era al centro di queste dinamiche.
«Gli strumenti per versare e bere, rinvenuti in contesti abitativi e funerari, non sono accessori secondari, ma indicatori di ruoli sociali, scambi interpersonali e appartenenze collettive», scrive l’autrice. In pratica: dimmi che coppa usi e ti dirò chi sei. Gli oggetti legati al vino – coppe, anfore, brocche – raccontavano il tuo posto nella società, i tuoi legami, le tue ambizioni.
Le anfore che parlavano
Se c’è un oggetto che riassume il rapporto degli Etruschi con il vino, è l’anfora. Non erano semplici contenitori per il trasporto: erano «documenti di standardizzazione», come le definisce Megale. Dalla forma si capiva la capacità, dalle iscrizioni in etrusco si ricostruiva la provenienza e la destinazione. Erano, in sostanza, il codice a barre dell’antichità.
L’Etruria si trovava in una posizione strategica tra Oriente e Occidente, e questo le permetteva di produrre vino in eccedenza e di farlo circolare nel Mediterraneo. Le anfore testimoniano questa rete commerciale, questi scambi che non erano solo economici ma anche culturali.

Gli dei del vino
Come in tutte le culture antiche, anche il vino aveva le sue divinità. Fufluns era il dio etrusco del vino (qualcosa di simile al Dioniso greco o al Bacco romano), spesso rappresentato insieme a figure come Vesuna. Il libro analizza statuette votive, specchi incisi e ceramiche che mostrano queste divinità, ma Megale invita alla cautela: quando mancano contesti di scavo certi, è rischioso attribuire significati troppo precisi. «L’attribuzione di una figura divina su base stilistica, priva di contesto stratigrafico, rischia di sovrapporre categorie moderne a pratiche antiche», avverte.
Un viaggio da fare
Il libro non è solo teoria. L’ultima parte è una vera e propria mappa di musei e siti archeologici tra la Val di Cornia, Populonia, l’isola d’Elba, la Maremma e il Lazio settentrionale. Un invito a vedere dal vivo quegli oggetti, a camminare in quei luoghi dove il vino veniva prodotto, bevuto, scambiato.
Come sottolinea nell’introduzione l’archeologo Andrea Zifferero, oggi «non si può pensare di tracciare una storia attendibile del rapporto tra le comunità umane e la coltivazione della vite, con percorsi di ricerca paralleli e privi di una prospettiva interdisciplinare». Servono archeologia, studio del paesaggio, analisi della cultura materiale. E questo libro ci prova, con rigore ma anche con chiarezza.
In un’epoca in cui il vino rischia di essere solo marketing o folklore, questo libro ricorda che già 2500 anni fa era «simbolo, strumento sociale e veicolo di relazioni tra individui e comunità in un Mediterraneo di scambi e contatti», come scrive Megale.
