Essere consumatori proattivi per guidare il mercato

Il consumatore da sempre ha la forza per indirizzare il mercato, oggi è il momento di premiare chi lavora con trasparenza e cerca la qualità

Ogni tanto il marketing si impossessa di una parola, di un concetto e lo inserisce ovunque, un po’ come il prezzemolo in cucina negli anni ’80/’90. C’è stato un momento in cui la parola “proattivo” ha preso la scena. Il senso era: anticipare i problemi e risolverli prima che creassero danni. Questo termine è ancora usato, con meno enfasi di prima, forse in modo più corretto. Ma cosa significa veramente essere proattivi? Sicuramente non stare seduti lungo un fiume ad aspettare.

Essere proattivi significa operare per anticipare i problemi e oggi, come non mai, abbiamo bisogno di esserlo. È un discorso ampio che coinvolge ogni strato della società, dai produttori ai consumatori passando per la politica. Qui non è il caso di analizzare quello che il mondo dell’industria, dei servizi e dell’agroalimentare sta facendo in questo senso, né tantomeno approfondire gli errori della politica che sono stati fatti negli anni sul fronte economico ed energetico. Sarebbe improbo tentare di farlo. Mi permetto solo di sottolineare questo: per essere proattivi bisogna imparare a pensare nel medio e lungo periodo, la navigazione a vista non permette di esserlo.

Rimane fuori il consumatore, la categoria più ampia, perché ognuno di noi è prima consumatore e poi produttore di qualcosa. Sam Walton, fondatore di Wal-Mart, ha sintetizzato il potere del consumatore con questo concetto: l’unico attore che ha il potere di vita e di morte nel mondo dei consumi è il cliente. Se torna si sopravvive, se non torna si muore. Noi consumatori possiamo essere ciò che sposta l’ago della bilancia tra successo e sconfitta.

È necessario diventare consumatori consapevoli, che leggono le etichette e sanno dare il giusto peso ai claim pubblicitari. Sinceramente leggere su un’acqua minerale la scritta 100% Vegan o Zero Calorie mi sa tanto di presa per i fondelli, ma questi messaggi nascondono tattiche di marketing più subdole, una sorta di indottrinamento, dove il consumatore deve essere educato dai produttori. Riprendiamoci la capacità di pensare e di scegliere in base alle nostre esigenze.

Per farlo c’è però bisogno di trasparenza e di conoscenza, di norme che proteggano il consumatore da messaggi fuorvianti. Sicuramente ci sarebbe bisogno di modificare la norma che permette di trasformare in Made in Italy ogni prodotto che abbia subito l’ultima lavorazione in Italia (semplifico molto): se nel manifatturiero le implicazioni possono essere minime, nell’agroalimentare non lo sono per niente. Per esempio oggi è possibile far arrivare pomodori dalla Cina e trasformarli in passata da immettere sul mercato come prodotto italiano, ma la stessa cosa vale per formaggi ottenuti con latte estero o salumi con carne straniera. Attenzione, estero non vuol dire prodotto di qualità inferiore di default, anzi, in diversi casi ci sono materie prime estere di assoluto livello. Quello che sarebbe importante è saperlo leggendo l’etichetta.

Un consumatore proattivo è in grado di premiare quelle realtà che hanno scelto trasparenza, tracciabilità, sostenibilità e qualità. È un consumatore informato, in grado di anticipare le tendenze e di comprendere i fenomeni speculativi che nei momenti di crisi alterano il mercato.

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