A 25 anni dal riconoscimento: degustazioni, laboratori e cultura del cibo a Viagrande per riscoprire uno stile di vita
C’è un paradosso che pesa sulle tavole siciliane. Proprio qui, dove è nata la Dieta Mediterranea, le persone mangiano sempre meno mediterraneo. Junk food, consumi veloci, sedentarietà: il Sud sta voltando le spalle a un patrimonio che il resto del mondo ci invidia. E che l’UNESCO ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità il 16 novembre 2010, esattamente 15 anni fa.
Per ricordare questa data e provare a invertire la rotta, domenica 16 novembre il Museo dell’Etna di Viagrande (CT) dedica una giornata intera alla Dieta Mediterranea. Non la solita celebrazione di facciata, ma un percorso concreto tra assaggi, laboratori e informazione scientifica.
Un museo che si sporca le mani
L’iniziativa rientra nel progetto “Educazione alimentare e Dieta Mediterranea” sostenuto dalla Regione Siciliana. In programma: visita guidata alla mostra didattica, filmato nella nuova stanza immersiva multisensoriale, degustazioni di olio extravergine d’oliva e miele, laboratorio creativo con piramide alimentare in omaggio.

L’approccio è quello giusto: partire dall’esperienza sensoriale per arrivare alla consapevolezza. Perché la teoria serve a poco se poi al supermercato si riempie il carrello di prodotti ultraprocessati.
Il paradosso del Sud
«Nel Sud assistiamo a un progressivo allontanamento dai principi della Dieta Mediterranea», spiega Ettore Barbagallo, presidente regionale Amici della Terra e assaggiatore di olio EVO. «La pressione dei consumi veloci, l’aumento dei costi dei prodotti genuini e gli stili di vita sedentari stanno cambiando le nostre abitudini».
I numeri parlano chiaro: obesità, diabete e malattie cardiovascolari sono in aumento proprio nelle regioni che dovrebbero essere le custodi naturali di questo modello alimentare. Un controsenso che costa caro, in termini di salute e di identità culturale.
Cosa dice la scienza
La Dieta Mediterranea non è una moda né una strategia di marketing territoriale, ma un modello alimentare solido, studiato e validato da decenni di ricerche scientifiche. I suoi effetti benefici sono molteplici e si manifestano in diversi ambiti della salute. L’olio extravergine d’oliva, grazie ai grassi monoinsaturi e ai polifenoli, contribuisce a ridurre il colesterolo LDL e a proteggere le arterie, mentre gli omega-3 del pesce azzurro esercitano un’importante azione antinfiammatoria. Allo stesso tempo, la prevalenza di cereali integrali, legumi e verdure favorisce un rilascio graduale degli zuccheri, aiutando a mantenere stabile la glicemia e a ridurre il rischio di diabete di tipo 2. Frutta, verdura, frutta secca e olio EVO forniscono preziosi antiossidanti che contrastano l’infiammazione cronica, alla base di molte malattie. Numerosi studi condotti sulle popolazioni mediterranee mostrano inoltre che questo stile alimentare è associato a una maggiore longevità e a un invecchiamento in salute, oltre a offrire una protezione nei confronti del declino cognitivo e delle principali malattie neurodegenerative.

Più di un menu
Ma ridurre la Dieta Mediterranea a un elenco di cibi sarebbe un errore. L’UNESCO l’ha riconosciuta per una ragione più ampia: è uno stile di vita. Convivialità, stagionalità, attività fisica, rispetto dell’ambiente, legame con il territorio. Elementi che oggi rischiano di scomparire.
Il riconoscimento del 2010 ha coinvolto sette Paesi: Italia, Spagna, Grecia, Marocco, Portogallo, Croazia e Cipro. Ora si attende per il 10 dicembre anche la decisione UNESCO sulla Cucina Italiana nel suo complesso, un passaggio che potrebbe rafforzare la tutela contro imitazioni e contraffazioni.
Prevenzione che parte dal piatto
La giornata al Museo dell’Etna vuole essere un punto di partenza. «L’urgenza è costruire un percorso di educazione e prevenzione», sottolinea Barbagallo. Il decalogo è semplice: prevalenza di alimenti vegetali, prodotti stagionali, olio extravergine d’oliva, acqua al posto di bevande zuccherate, attività fisica quotidiana, convivialità, rispetto dei luoghi di produzione.
Niente di rivoluzionario, niente di impossibile. Solo la riscoperta di ciò che i nostri nonni facevano senza bisogno di guru o influencer.
