Biologico: quanto vale davvero ciò che si mangia?

NaturaSì lancia una campagna per mostrare ai consumatori cosa si nasconde in realtà dietro il prezzo del cibo bio

Un chilo di insalata biologica costa 1,33 euro a produrlo — manodopera, sementi, imballaggio, controlli compresi. NaturaSì lo paga al contadino 2 euro. Sessantasette centesimi in più. Una cifra apparentemente piccola, ma che porta con sé una domanda tutt’altro che banale: a chi va davvero il merito di quell’aria pulita, di quell’acqua non contaminata, di quel suolo che ancora produce?

È da questa domanda che nasce la campagna 2026 della catena di negozi biologici, presentata il 25 febbraio a Roma: “Il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della Terra”.

Servizi ecosistemici: il valore invisibile nel carrello

Il termine tecnico è “servizi ecosistemici” — e da anni rimbalza nelle conferenze internazionali senza trovare un posto fisso nel portafoglio dei consumatori. L’idea di fondo è semplice: gli agricoltori bio non producono solo cibo. Producono anche biodiversità, fertilità del suolo, protezione delle falde acquifere, riduzione delle emissioni. Benefici collettivi che di norma nessuno paga, e che nessuno vede.

NaturaSì conferenza stampa
NaturaSì conferenza stampa

Uno studio di Robert Costanza — pubblicato nel 1997 e aggiornato nel 2014, ancora considerato un riferimento nell’economia ambientale — stima che il valore globale di questi servizi superi di circa il doppio il PIL mondiale, con stime recenti intorno ai 150mila miliardi di dollari l’anno. Per l’Italia, secondo dati pubblicati su Ecological Indicators, il valore annuo degli ecosistemi nazionali si aggira intorno ai 71,3 miliardi di euro. Tra il 1990 e il 2000, alcune province hanno perso fino al 7,5% della capacità di protezione dagli eventi dannosi e il 9,5% della capacità di assorbimento degli inquinanti.

Trasparenza sul cartellino del prezzo

La campagna, che coinvolgerà i 350 negozi NaturaSì in tutta Italia, sceglie un approccio concreto: mostrare direttamente in etichetta la suddivisione del prezzo pagato al produttore, distinguendo il compenso per il prodotto da quello riconosciuto per i servizi ecosistemici.

Oltre all’insalata, la campagna riguarda anche i finocchi: costo di produzione 1,25 euro al chilo, prezzo pagato all’agricoltore 1,80 euro. Cinquantacinque centesimi di differenza, con la stessa logica.

«Pagando un prezzo troppo basso, sarà qualcuno o qualcos’altro a farne le spese», ha dichiarato Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì, durante la presentazione. Un concetto che rimanda all’approccio scientifico del True Cost of Food — il costo reale del cibo — sempre più riconosciuto a livello internazionale.

Un modello che guarda lontano

All’evento ha partecipato anche Helmy Abouleish, amministratore delegato di Sekem, comunità agricola nel deserto egiziano premiata dall’UNEP con il riconoscimento “Eroi della Terra” nel 2024: un caso studiato in tutto il mondo di transizione agroecologica che parte da zero — letteralmente dalla sabbia — per arrivare a produrre cibo, lavoro e paesaggio.

Agricoltore finocchio
Agricoltore finocchio

Il contesto internazionale, del resto, si muove in questa direzione. I Sistemi di Pagamento per i Servizi Ecosistemici (PES) vengono già utilizzati in molti Paesi, insieme a mercati del carbonio e della biodiversità, per riconoscere economicamente il lavoro di chi custodisce il capitale naturale. L’iniziativa di NaturaSì si inserisce in questo filone, cercando di portare il ragionamento direttamente al punto vendita — e nel carrello della spesa.

Perché riguarda anche chi compra

L’Ispra ha segnalato che la perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici è oggi riconosciuta come fattore di rischio per la trasmissione di malattie batteriche, virali e parassitarie, con effetti su uomini, animali e colture. Non è più solo una questione ambientale astratta.

La campagna punta a costruire una consapevolezza diversa nel consumatore: acquistare un prodotto biologico non significa semplicemente scegliere un alimento senza pesticidi, ma partecipare — con quel pagamento — al mantenimento di un sistema che produce benefici ben oltre il piatto.

Con la speranza che il messaggio arrivi chiaro ai consumatori, adesso, il conto, è però scritto sul cartellino.

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