Beverage 2030: meno alcol, più valore

Report RBS: consumi vino ai minimi dagli anni Sessanta, 55,9 milioni di ettolitri fermi nelle cantine, no/low alcohol +36%

Al 31 marzo 2026 nelle cantine italiane giacevano 55,9 milioni di ettolitri di vino invenduto: più di quanto l’Italia produca in un’intera vendemmia media. È il dato più duro del report «Beverage 2030? Premium, sostenibile, low alcohol», pubblicato dalla Rome Business School e curato da Camilla Carrega Bartolini, professoressa dell’International Master in Food and Beverage Management ed enologa e da Valerio Mancini, direttore del Centro di Ricerca Divulgativo dalla Rome Business School. Lo studio mappa le traiettorie del settore beverage globale da qui al 2030 e offre un posizionamento dell’Italia in un mercato che vale 1,83 trilioni di dollari ma beve sempre meno.

Il paradosso è strutturale. L’Italia è il primo produttore mondiale di vino — 47,3 milioni di ettolitri nel 2025, davanti a Francia (35,9 milioni) e Spagna (29,4 milioni) — ma il consumo globale nel 2024 è sceso a 214 milioni di ettolitri, il livello più basso dagli anni Sessanta secondo i dati Oiv. Negli Stati Uniti, primo mercato di export, i volumi si sono contratti del 20% negli ultimi quattro anni. I dazi americani hanno poi aggravato il quadro: -12% a valore nel 2025, con un calo del 34% rispetto ai livelli pre-dazio del 2024.

Il sistema regge sul valore, non sui volumi

Le esportazioni italiane di vino hanno toccato il record di 8,1 miliardi di euro nel 2024, poi scese a 7,78 miliardi nel 2025 (dati Istat/Unione Italiana Vini). La flessione c’è, ma l’Italia tiene meglio dei concorrenti: Francia ha ceduto il 4,4%, Spagna il 5,1%, Cile il 10,2%. Il motivo è la premiumizzazione: i vini di fascia alta continuano ad aumentare il valore medio per bottiglia anche quando i volumi globali calano. Con oltre 500 denominazioni d’origine tra Doc, Docg e Igt distribuite in tutte le 20 regioni, l’Italia ha una diversità produttiva che nessun altro paese può replicare.

Pranzo con vino

A bilanciare la contrazione dei mercati tradizionali arrivano intanto due aperture commerciali rilevanti. Dal 1° maggio 2026 sarà in vigore l’accordo UE-Mercosur, che apre un bacino da 260 milioni di abitanti dove le importazioni di vino sono cresciute del 45% negli ultimi cinque anni. L’accordo con l’India riduce i dazi dal 150% al 20-30%, in un mercato dove il Prosecco ha già segnato un +165% di export nel quinquennio precedente (Federvini, Vinitaly 2026).

Il mercato interno mostra segnali meno entusiasmanti. Il 54,7% degli italiani consuma vino — terzo mercato mondiale per volume con 22,3 milioni di ettolitri — ma la domanda è sempre più selettiva. I consumatori, soprattutto le generazioni più giovani, cercano origine certificata, tracciabilità e legame con il territorio. Autenticità e identità locale diventano argomenti di vendita, non solo valori aziendali.

Birra e spirits: il sistema beverage da 45 miliardi

Oltre al vino, il settore delle bevande in Italia vale complessivamente 45 miliardi di euro (Federalimentare, 2025). La birra contribuisce con 17,4 milioni di ettolitri prodotti nel 2023, sostenuti da circa 850 birrifici artigianali attivi. Nel 2024 le birre low e no alcohol hanno registrato un +13,4% (Assobirra, 2025): lo stesso cambio di direzione che si osserva nel vino.

Gli spirits seguono la stessa traiettoria. Il comparto vale 902 milioni di euro nel canale Gdo, con una lieve contrazione dello 0,3%. A trainare è la categoria degli aperitivi alcolici: +4,3% a valore. In calo, invece, liquori dolci (-3,7%) e amari (-1%). Sul fronte export, gli spirits italiani hanno superato 1,7 miliardi nel 2024, spinti dalla diffusione internazionale di cocktail come Spritz, Negroni e Americano — format d’occasione che il mercato globale ha assorbito meglio di molte categorie tradizionali.

Il no/low alcohol cresce per il mercato che non c’è in Italia

Il segmento no e low alcohol è quello che cresce di più nel beverage globale: +36% atteso tra il 2024 e il 2029 (IWSR, 2026). I soli vini dealcolati valgono 2,5 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbero arrivare a 5,2 miliardi entro il 2033 con un tasso medio annuo intorno al 10% (Grand View Research). Negli Stati Uniti il vino analcolico è già cresciuto del 29,1% a valore nello stesso periodo in cui il mercato tradizionale perdeva il 4,9% (NielsenIQ, 2025).

In Italia il quadro è rovesciato. Il 94% dei non consumatori di alcolici non ha mai acquistato un prodotto no-alcohol negli ultimi sei mesi; la quota sale al 98% tra i giovani (Osservatorio Uiv-Vinitaly, 2026). Il 71% dei ristoranti italiani non è interessato a inserire vini dealcolati in carta. Eppure la produzione italiana del segmento crescerà del 90% nel 2026, con il 91% orientato all’export. L’Italia sta costruendo una filiera per un mercato che al momento è altrove.

La dealcolazione industriale si basa su tecnologie come distillazione sottovuoto, osmosi inversa e spinning cone column, che rimuovono l’alcol preservando le caratteristiche aromatiche del prodotto. Il costo degli impianti è elevato, ma stanno emergendo modelli condivisi — centrali di dealcolazione che lavorano per più produttori — che abbassano la soglia d’ingresso per le aziende medio-piccole. Il decreto del 2025 che ha autorizzato la produzione domestica di vini dealcolati ha eliminato l’obbligo di ricorrere a impianti esteri: un cambiamento normativo atteso da anni.

L’identità territoriale come risposta strutturale

«L’Italia è il paese che meglio incarna il paradosso del beverage contemporaneo — afferma Camilla Carrega Bartolini — Il vantaggio competitivo dell’Italia sta nel saper trasformare l’identità territoriale dei propri prodotti, la specificità di un territorio, di un vitigno, di una tradizione produttiva, in valore riconoscibile sui mercati internazionali».

La risposta alla crisi dei volumi, secondo il report, non passa solo dall’innovazione tecnologica. L’enoturismo già misura concretamente questo vantaggio: il settore vale 3 miliardi di euro con 15 milioni di visitatori annui in cantina, le strutture più organizzate registrano un +16,8% di presenze e un +21% di vendite dirette post-visita (Wine Suite, 2026). È un canale che integra l’identità del prodotto con l’esperienza del luogo — e che funziona proprio perché dipende dalla geografia.

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