Saranno i Piwi il futuro del vino? Ora tocca al Parlamento

Resistono a peronospora e oidio e riducono i trattamenti, ma in Italia restano fuori da Doc e Docg. Una legge può cambiarlo

Vitigni tolleranti a peronospora e oidio, meno trattamenti in vigna e una norma che li tiene fuori da Doc e Docg: sui Piwi si gioca una partita che adesso entra in Parlamento. Il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, e Antonella Forattini, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Agricoltura della Camera, hanno annunciato un’iniziativa bipartisan per modificare il Testo Unico del vino e permettere l’uso di queste varietà anche nelle denominazioni di origine.

I due parlamentari presenteranno anche un’interrogazione al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, per superare il divieto che oggi esclude le varietà interspecifiche dai vini a denominazione. L’impegno è attivarsi nelle prossime settimane e chiudere il percorso prima della fine della legislatura. Se i Piwi siano il futuro del vino o una nicchia lo diranno i produttori; intanto conviene chiarire che cosa sono.

Che cosa sono i Piwi

Il nome viene dal tedesco Pilzwiderstandsfähig, «resistente ai funghi». Sono viti ottenute incrociando la Vitis vinifera, la specie del vino europeo, con altre specie del genere Vitis, e poi selezionate per conservare le qualità agronomiche ed enologiche e guadagnare tolleranza alle malattie fungine, soprattutto peronospora e oidio.

Si tratta di miglioramento genetico convenzionale, fatto di incroci e selezioni, ben distinto dalle tecniche di modificazione transgenica. I Piwi non sono quindi organismi geneticamente modificati.

Grappoli di uve piwi
Grappoli di uve piwi – Immagine creata con IA

Perché potrebbero contare

Meno malattie da combattere significa meno trattamenti fitosanitari e meno passaggi dei mezzi nel vigneto. I vantaggi possibili riguardano i costi di produzione, il consumo di carburante, il compattamento del terreno e l’esposizione degli operatori ai prodotti. Pesano di più nelle aree umide o dove la conformazione dei terreni rende difficili gli interventi.

C’entra anche il clima: il convegno in cui è maturato l’impegno dei due parlamentari era dedicato agli strumenti per adattare la viticoltura alle nuove condizioni climatiche.

La resistenza, però, non equivale a immunità. Ridurre i trattamenti non vuol dire eliminarli: la difesa va calibrata sul clima e sulla pressione delle malattie.

Dove si coltivano e dove no

In Italia le varietà Piwi iscritte al Registro nazionale delle varietà di vite sono 36, 18 a bacca bianca e 18 a bacca nera. La coltivazione di almeno alcune è autorizzata in Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio e Campania, con disposizioni regionali differenti. La superficie complessiva è di alcune migliaia di ettari e il Veneto è la regione con l’estensione maggiore.

Con i Piwi si producono già vini Igt, purché siano rispettate le norme locali e i disciplinari. Le Doc e le Docg restano invece chiuse. Il limite è nell’articolo 33, comma 6, della legge 238 del 12 dicembre 2016, il Testo Unico del vino: vieta le denominazioni di origine per i vini ottenuti, anche solo in parte, da ibridi interspecifici tra Vitis vinifera e specie americane o asiatiche. Il divieto vale quindi anche quando queste uve sono una quota minoritaria dell’assemblaggio. Il comma 7 consente invece di usare nei vini Igt le varietà iscritte al Registro nazionale.

L’Europa ha cambiato posizione nel 2021. Il regolamento 2021/2117 ha modificato l’articolo 93 del regolamento 1308/2013 e ha ammesso nei vini a denominazione anche le varietà nate dall’incrocio tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis. Bruxelles ha tolto il limite comunitario senza imporre ai Paesi membri di adottare i vitigni resistenti. L’Italia ha tenuto il divieto del 2016.

Un disegno di legge fermo da oltre due anni

Un primo tentativo risale al 28 maggio 2024, con il disegno di legge 1152 del senatore Pietro Patton, sottoscritto anche dal senatore Meinhard Durnwalder. Il testo abroga il comma 6 e riscrive il comma 7 per estendere alle Doc la possibilità di usare le varietà iscritte al Registro nazionale. Assegnato il 18 giugno 2024 alla nona Commissione permanente del Senato, in sede redigente, è ancora in attesa che parta l’esame.

Tra le ipotesi emerse c’è quella di portarlo in Commissione in sede deliberante, nel rispetto delle procedure parlamentari. Se i tempi non bastassero, il consenso di maggioranza e opposizione potrebbe comunque far riprendere la questione nella legislatura successiva.

Il nodo dell’identità

Per i territori che hanno costruito la riconoscibilità su uno o pochi vitigni storici, l’arrivo dei Piwi richiede una verifica: serve capire se sono compatibili con gli stili produttivi e che effetto hanno sulla tipicità dei vini. Ogni introduzione dovrebbe passare dalla revisione dei disciplinari, decidendo quali uve ammettere e a quali condizioni.

Dal dibattito è arrivata una richiesta precisa: lasciare ai produttori, attraverso i Consorzi di tutela, la facoltà di inserire le varietà resistenti nei disciplinari, senza imporle a nessuna denominazione. La scelta resterebbe a chi dovrà pesare i vantaggi agronomici delle nuove varietà contro la necessità di difendere l’identità di una Doc o di una Docg.

Che i Piwi siano il futuro del vino, dunque, è presto per dirlo. Oggi sono una presenza piccola, confinata alle Igt. Se la legge cambierà, a decidere dove e quanto usarli saranno i singoli territori.

Un banco di prova a Trento

Intanto la Fondazione Edmund Mach di Trento ha aperto le iscrizioni alla sesta edizione del concorso dedicato ai vini Piwi, cioè ottenuti con almeno il 95% di uve da queste varietà. Le domande vanno presentate entro il 26 ottobre. L’11 e il 12 novembre una commissione di oltre 30 esperti, tra enologi, enotecnici, giornalisti, sommelier, assaggiatori e ricercatori, valuterà i vini. In gennaio sono previsti la premiazione e un seminario tecnico sullo stato dell’arte di queste varietà.

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