Con circa 60 milioni di ettolitri fermi in cantina, il problema del settore non si risolve con degustazioni e cene in vigna, ma con interventi strutturali su tutta la filiera
Produttori, sommelier, giornalisti, youtuber, opinionisti, disquisitori, pseudo esperti, marketing guru, pubblicitari, studiosi e persino qualche santo: tutti a promuovere l’enoturismo come risposta alla crisi mondiale e alla recessione globale delle vendite di vino. Intanto, secondo gli ultimi report di Cantina Italia (Icqrf), nelle cantine italiane ci sono circa 60 milioni di ettolitri di vino invenduto: un’offerta che nessuna sagra, nessun calice sull’aia, nessuna passeggiata tra i filari potrà mai assorbire.
Quindi avanti con l’accoglienza in cantina, degustazioni per ciclisti, ristoro per vespisti, merende per curiosi e cene gourmet in vigna per i «cittadini» al prezzo di uno stellato, dove sentire nel bicchiere il profumo dell’autan insieme al verderame e allo zolfo.

La crisi del vino ha motivazioni di non facile e immediata soluzione: prezzi troppo elevati, eccessi di produzione mondiale, propagande salutistiche. Il vino deve tornare a essere prima di tutto un alimento accessibile a una larga base di consumatori, e non un prodotto quasi esclusivamente elitario.
Cantine, Pro Loco e Strade del Vino, in concerto con le istituzioni locali, possono e devono continuare a promuovere prodotti e territori: è il loro compito. Ma l’enoturismo da solo non è la soluzione per svuotare le cantine, perché non è nato per questo. Per superare la crisi servono interventi sistemici più importanti e la collaborazione di tutta la filiera, dai produttori alla distribuzione fino alla ristorazione.
Ma soprattutto va riscoperto il ruolo del vino come elemento base della convivialità, perché bere poco ma buono, in compagnia, resta la scelta migliore.
