I dazi pesano sull’export 2025: vini italiani calano, ma spumanti avanzano in GDO e negli Usa la fedeltà al Made in Italy regge
Il settore italiano dei vini, degli spiriti e degli aceti ha chiuso il 2025 con le esportazioni in calo su tutti i principali mercati mondiali. Dazi, instabilità geopolitica e contrazione strutturale dei consumi hanno compresso i volumi, spingendo Federvini a mettere la diversificazione delle rotte commerciali al centro dell’agenda. È quanto è emerso nel corso dell’Assemblea Generale della federazione, che ha riunito operatori del settore e rappresentanti istituzionali, tra cui il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e il viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini.
Un anno di export difficile per tutti
I dati elaborati dall’Osservatorio Federvini in collaborazione con Nomisma Wine Monitor fotografano un 2025 in cui nessun grande Paese produttore è rimasto indenne. L’export mondiale di vini ha perso il 6,7%, quello degli spirits il 5,9%, mentre gli aceti hanno ceduto lo 0,3%. L’Italia ha seguito la tendenza: le esportazioni di vino sono scese del 3,7%, quelle degli spirits del 5% e quelle degli aceti del 2,7%.
Il primo trimestre 2026 non ha invertito la rotta. Sui 12 principali mercati mondiali, le importazioni di vino sono crollate del 17,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il calo più pesante è quello degli Stati Uniti, con un -38,9%, seguiti da Cina con -10,6% e Canada con -10,5%. Nel confronto per singolo Stato federale americano, quasi tutto il territorio è in rosso: California -10,7%, New York -5,6%, Texas -37,7%. Solo la Florida segna un modesto +1,2%.

Il mercato interno tiene, trainato dagli spumanti
Sul fronte interno il quadro è meno cupo. Nel primo trimestre 2026, la grande distribuzione organizzata ha mostrato segnali positivi in quasi tutti i comparti. Il vino fermo ha ceduto l’1% a volume ma è cresciuto del 2,2% a valore; gli spumanti hanno accelerato dell’8,7%, su un trend di crescita che dura da oltre cinque anni. Gli spirits hanno recuperato il 2,9% a volume, spinti dagli aperitivi alcolici e dal Gin, mentre la Grappa resta in terreno negativo. Gli aceti hanno guadagnato il 2,4% a valore e l’1% a volume, sorretti dall’aceto di mele e dalla stabilità dell’Aceto Balsamico di Modena Igp.
Sul fronte dei consumi fuori casa, il mercato ha chiuso il 2025 a 102 miliardi di euro con 9,6 miliardi di visite. La ristorazione indipendente guida il settore con circa 55 miliardi di euro. I dati di TradeLab su un campione di mille consumatori mostrano però una polarizzazione netta: il 55% dei frequentatori di ristoranti di fascia alta dichiara di consumare sempre vino o bollicine, contro il 25% nella fascia media e l’11% in quella bassa. L’inflazione pesa sui consumi di fascia popolare e rallenta la frequenza negli esercizi medi.
Negli Usa il brand Italia non cede
Il dato più commentato dell’assemblea riguarda il mercato americano. La Consumer Survey condotta su 1.200 consumatori statunitensi acquirenti abituali di vino, spirits e Aceto Balsamico di Modena Igp rivela che, nonostante l’aumento dei prezzi, meno del 10% ha sostituito i prodotti italiani con alternative di altra provenienza. Il 79% degli acquirenti di vino ha rilevato un rincaro fino al 20%; tra questi, il 43% ha mantenuto le stesse quantità cercando promozioni, il 28% non ha modificato il comportamento d’acquisto e solo l’8% ha optato per un prodotto alternativo.
Il dato sulla qualità percepita spiega in parte questa tenuta: il 59% dei consumatori americani indica l’Italia come il Paese da cui provengono i prodotti alimentari di miglior qualità, con un distacco netto sulla Francia al 25%. Sulle bevande alcoliche l’Italia è prima con il 39%, seguita dalla Francia al 29% e dal Messico al 22%.
La diversificazione come risposta strutturale
L’analisi di Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, ha inquadrato il calo dell’export non solo come conseguenza dei dazi ma come riflesso di un cambiamento strutturale dei consumi avviato dopo il Covid. Tra il 2015 e il 2025, il consumo di vino è sceso del 13% in Germania e del 17% in Francia; è rimasto sostanzialmente stabile negli Stati Uniti (+1%) e ha ceduto il 4% nel Regno Unito. In Italia il calo è stato del 6%.
In questo scenario, la quota dei quattro mercati di riferimento storici sull’export italiano è scesa dal 55% del 2015 al 51% del 2025, mentre i mercati «emergenti» hanno guadagnato peso. Dal 2019 al 2025, le esportazioni italiane di vino, spirits e aceti verso il Kazakistan sono cresciute del 185%, verso la Romania del 155%, verso la Colombia del 126% e verso la Thailandia del 104%.
Gli accordi di libero scambio aperti o in via di negoziazione — con Australia, Messico, Mercosur e India — rappresentano un’altra leva. L’Australia importa già 100 milioni di euro di prodotti italiani tra vino, spirits e aceti; il Messico 71 milioni. Entrambi i mercati mostrano tassi di crescita superiori alla media mondiale.
Le parole del presidente Ponti
«Il 2025 ci ha messo alla prova con un’intensità senza precedenti» ha dichiarato il presidente di Federvini Giacomo Ponti. «Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione, infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo UE-USA si concluda rapidamente. Non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione».
