Tra linee guida OMS e la saggezza di Paracelso, il consumo consapevole di vino diventa una scelta di qualità e di piacere
«Bacco, tabacco e Venere portano l’uomo alla cenere» è un detto popolare che mette l’accento sugli abusi, ma da più parti della comunità scientifica si stanno levando voci contro il consumo di alcol. Nei documenti Oms, Iss e anche nelle ultime linee guida dei cardiologi Usa, il consumo di bevande alcoliche viene fortemente stigmatizzato. Non l’abuso, ma proprio il consumo.
Le basi scientifiche sono solide, ma demonizzare questa sostanza è utile? Non serve una laurea in medicina per osservare che il panorama delle sostanze tossiche per il nostro organismo è ben più vasto dell’alcol. Il tabacco è classificato dalla Iarc — l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro — come cancerogeno di gruppo 1, la categoria più alta, la stessa dell’alcol. Eppure continua a essere prodotto, venduto e, soprattutto, normalizzato. Nelle serie televisive più popolari i personaggi fumano senza che nessuno si scandalizzi; nei film d’autore la sigaretta è ancora simbolo di fascino o di tensione drammatica. La pubblicità diretta è vietata, ma il product placement culturale è ovunque. L’alcol subisce oggi una pressione regolatoria crescente, etichette con avvertenze sanitarie, dibattiti sull’advertising, soglie di tolleranza zero in certi contesti, mentre il tabacco, killer silenzioso da decenni, sembra aver trovato un modus vivendi con le istituzioni.

Il consumo di un bicchiere a pasto di vino rosso è stato associato a un beneficio per la salute, ma studi recenti hanno smentito che i benefici del resveratrolo siano superiori ai problemi che provoca la parte alcolica. Quindi che fare? Abolirne il consumo o cambiarlo? Si finisce sempre in situazioni binarie, ma la vita ci insegna che il mondo non è classificabile solo in 0 o 1, in bianco o nero, ci sono molteplici sfumature. E credo che in queste sfumature si trovi la risposta a queste domande.
In questi ultimi anni le modalità di consumo degli alcolici sono cambiate, c’è sempre una fetta di italiani che ne abusa, ma gli altri stanno riducendone il consumo e stanno scegliendo prodotti di qualità. La sintesi può essere: «Bevo meno, ma bevo meglio». La storia degli alcolici è millenaria, in ogni società antica se ne è fatto uso, sia in modo rituale sia in modo ludico. Il consumo di bevande alcoliche era al centro dei banchetti, aveva un effetto “socializzante”. Effetto sfruttato sino ai giorni nostri.
«Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit» («Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto»), il medico alchimista Paracelso lo aveva capito in modo empirico, oggi la scienza moderna ci aiuta a definire correttamente il concetto di dose. E se affrontiamo in modo olistico il consumo di alcolici si può capire che la sintesi odierna è forse la più corretta. Perché un bicchiere di vino a pasto, specialmente in compagnia, aiuta ad apprezzare meglio il momento. L’abbinamento cibo-vino è un’esaltazione epicurea, qualcosa che nutre non solo il corpo, ma anche lo spirito. Ubriacarsi e superare certi limiti fa però male sia al fisico sia alla mente. La dose di Paracelso non mente. Un bicchiere, al momento giusto, non è un vizio: è cultura.
