Dal Vinitaly preoccupazione e ottimismo sul futuro del vino

Da Verona il mondo del vino manda segnali di preoccupazione per l’attuale situazione geopolitica e di ottimismo per il futuro

Il Vinitaly è finito, è stato come andare a una grigliata di Pasquetta con più carne di quella che si è in grado di mangiare. Troppi eventi, appuntamenti, persone da incontrare, ricerche e analisi da approfondire. Un caravanserraglio che scombussola ogni pianificazione. Ma in ogni caso si ritorna sempre con qualcosa in tasca e spesso è di valore.

C’è un filo conduttore che alla fine è emerso dal mio Vinitaly, due giorni intensi di incontri e momenti di riflessione: preoccupazione, ottimismo e incertezza. Andiamo con ordine, più o meno: preoccupazione e incertezza sono tra loro collegate, nascono dall’attuale situazione geopolitica mondiale. L’amministrazione Trump ha introdotto i dazi lo scorso anno, “drogando” il mercato del vino attraverso ingenti acquisti prima dell’entrata in vigore, ma dopo questo picco le importazioni americane sono precipitate. Ora la guerra all’Iran ha chiuso un altro sbocco per il vino italiano: tutta l’industria turistica degli Emirati Arabi e di quell’area è ferma: zero turisti, niente consumo di vino. L’incertezza, perché nessuno capisce cosa vuol fare Trump sia nel breve sia nel medio periodo, ha bloccato ogni investimento, ogni programmazione. C’è la sensazione di essere sospesi in un limbo.

Vinitaly 2026
Vinitaly 2026

Come ha detto Giacomo Ponti, presidente di Federvini, il problema per fortuna non è strutturale. Le nostre aziende hanno la capacità di assorbire e gestire questo momento, anche grazie al supporto dell’Ice (Istituto commercio estero) e ai nuovi mercati che si stanno aprendo in altre parti del mondo dopo i recenti accordi di libero scambio che sono stati firmati. Certo, sostituire un mercato come quello statunitense non è facile, anzi è impossibile, ma aprendosi a più mercati permetterà di diversificare l’export e rendere più stabile il sistema.

Ottimismo. C’è voglia di fare, le cantine credono nei loro prodotti. Stanno affrontando il cambiamento climatico in modo attivo, cercando non solo di salvaguardare la vigna e l’uva, ma di migliorare il vino prodotto. Soprattutto in questi anni hanno lavorato per trovare il modo di esaltare il territorio. Le uve autoctone stanno ottenendo una rivalsa sui vitigni internazionali, perché non tutti i luoghi hanno le caratteristiche pedoclomatiche adatte a sostenere quest’ultime uve. Le cantine hanno capito che la standardizzazione dei sapori non è più la strada corretta. In molti stanno sempre più puntando a produzioni limitate di vini provenienti da particolari parcelle, affinamenti in anfora per garantire microossigenazione senza alterare il vino attraverso il legno delle barrique, recupero di vecchie vigne per vini di qualità.

Il mondo del vino cerca di adattarsi alle mutate richieste dei consumatori, meno quantità e più qualità, perché ormai si beve sempre di meno, ma si vuole bere sempre meglio. C’è dunque fermento nella cantina Itala.

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