Addio “bistecca” vegana: l’UE vieta 31 nomi

Nuovo accordo UE: stop a “bacon” e “fegato” per prodotti vegetali, ma “burger” e “salsiccia” ok. Tre anni per adeguarsi

Dopo mesi di negoziati, il cosiddetto trilogo europeo — il tavolo che riunisce Parlamento, Consiglio e Commissione UE — ha trovato un accordo sul “meat sounding”, la pratica di usare nomi legati alla carne per descrivere prodotti a base vegetale.

Il risultato è un divieto parziale: 31 denominazioni sono bandite dai prodotti plant-based. Fuori dalla lista dei nomi consentiti finiscono tagli di carne come “bacon”, “bistecca” e “fegato”, oltre ai riferimenti diretti alle specie animali come “pollo”, “manzo” e “maiale”. Chi produce questi prodotti dovrà quasi sicuramente cambiare le etichette.

Il divieto vale in via preventiva anche per la carne coltivata in laboratorio, sebbene questo tipo di prodotto non sia ancora in vendita nell’Unione europea.

Cosa rimane consentito

Non tutti i termini entrano nella lista nera. “Burger”, “salsiccia” e “nuggets” restano liberamente utilizzabili anche per i prodotti vegetali. Si tratta dei nomi più diffusi sugli scaffali della grande distribuzione, quelli che i consumatori cercano per prima cosa.

È una distinzione che riflette un dato di fatto: questi termini si sono già affrancati dal loro significato originario e oggi descrivono una forma, un formato, più che la materia prima. Un “burger” può essere di manzo come di avocado, e quasi nessuno si confonde.

Nuggets vegetali
Nuggets vegetali

Tre anni per cambiare tutto

Le aziende non dovranno adeguarsi dall’oggi al domani. Una volta che la normativa entrerà formalmente in vigore — dopo il voto del Consiglio Agricoltura e Pesca e il via libera della plenaria del Parlamento europeo — ci saranno tre anni di tempo per aggiornare etichette, packaging e comunicazione.

È un lasso di tempo che le imprese più strutturate potranno gestire, ma che per le piccole realtà artigianali o le startup dell’alimentare alternativo potrebbe comunque pesare in termini di costi e risorse.

Un mercato in crescita che guarda con preoccupazione

Il settore dei prodotti plant-based in Italia non è più una nicchia. Nel 2024 il mercato al dettaglio ha raggiunto i 639 milioni di euro, con una crescita del 7,6% rispetto all’anno precedente. Oltre 15 milioni di famiglie — circa il 59% del totale — hanno acquistato almeno un prodotto vegetale nel corso dell’anno.

Secondo un’analisi della società di consulenza Systemiq, realizzata con il supporto del Good Food Institute Europe, l’Italia si trova al primo posto in Europa per numero di ricercatori attivi nel campo delle proteine alternative. Con politiche di settore adeguate, entro il 2040 il comparto potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto e oltre 30.000 posti di lavoro.

In questo contesto, le nuove restrizioni sull’etichettatura vengono lette da molti operatori come un ostacolo non necessario, in un momento in cui la competitività industriale europea è già sotto pressione.

I consumatori non si confondono (i dati lo dicono)

Un elemento spesso citato nel dibattito è la presunta confusione che i nomi “carnivori” genererebbero nei consumatori. I dati, però, sembrano raccontare una storia diversa.

Un sondaggio YouGov commissionato da GFI Europe nel 2024 mostra che il 69% dei consumatori italiani considera adeguati i termini tradizionali per descrivere i prodotti vegetali, e il 68% ritiene che le aziende debbano poterli usare liberamente. A livello europeo, secondo l’associazione dei consumatori BEUC, il 70% dei cittadini UE non trova ingannevole l’attuale etichettatura dei prodotti vegetali.

L’Italia aveva già provato a muoversi da sola

Non è la prima volta che il tema arriva sul tavolo della legislazione italiana. Nel 2023, con l’articolo 3 della legge 172, l’Italia aveva già introdotto un divieto nazionale di “meat sounding” per le carni plant-based. La norma, però, è rimasta inattuata: secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, violerebbe la procedura TRIS, che impone agli Stati membri di notificare preventivamente le norme tecniche alla Commissione prima di adottarle.

Se l’accordo europeo verrà definitivamente ratificato, la norma italiana diventerà superflua e il quadro si uniformerà a livello continentale.

Cosa succede adesso

Prima che il testo diventi legge europea, deve ancora percorrere l’ultimo tratto: il voto del Consiglio Agricoltura e Pesca e l’approvazione della plenaria del Parlamento europeo. Nel frattempo, la coalizione No Confusion — che raccoglie oltre 600 organizzazioni, ONG e aziende alimentari in tutta Europa — ha annunciato che esaminerà il testo concordato e continuerà a chiedere correzioni, sollecitando anche una valutazione d’impatto completa da parte della Commissione europea.

Il dibattito, insomma, non è chiuso. Quello che è certo è che nei prossimi anni le etichette degli alimenti vegetali cambieranno aspetto, almeno in parte. E che dietro una questione apparentemente burocratica si gioca una partita economica e industriale di dimensioni tutt’altro che trascurabili.

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