Scienza e cibo: l’Italia non deve perdere la ricerca

Paure culturali e scelte politiche frenano l’innovazione alimentare in Italia, bloccando carne coltivata e nuovi modelli sostenibili

In questi giorni c’è l’aurora boreale visibile anche dall’Italia: spettacolo insolito, a nord il cielo si colora di rosso. Oggi ammiriamo questo evento con gli occhi della scienza, sappiamo cos’è e perché succede, e rimaniamo affascinati dalla bellezza della natura. Ma 1000 anni fa? Sventura, presagi nefasti, genuflessioni e preghiere. Eppure siamo ancora qua!

Quando l’uomo non capiva il funzionamento di qualcosa cercava una spiegazione divina o sovrannaturale, tranne i filosofi greci, ma questa è un’altra storia. Abbiamo sempre lasciato aperta questa porta, siamo sempre pronti a credere alle varie Cassandre di turno e in questo periodo qualcuno ha capito che ergersi a Cassandra fa vincere la partita del potere.

Oggi l’Italia è un Paese dove è vietato fare ricerca scientifica su determinati alimenti. Mangiamo grano selezionato dopo averlo fatto mutare con le radiazioni, ma parlare di ingegneria genetica scatena paure ancestrali. Studi e ricerche sottolineano come l’attuale sistema di allevamento degli animali nel prossimo futuro diventerà insostenibile, ma in Italia è vietato fare ricerca su come “coltivare” la carne. Se si parla di insetti c’è una levata di scudi da parte di una consistente componente economico-politica, prima ancora di quella legata al disgusto, ma in questo caso è solo una questione culturale, visto che nel mondo tutti li mangiano: anche noi, sono i cugini acquatici (gamberi, aragoste, astici…). Gli insetti sarebbero un’ottima ed efficiente fonte di proteine a basso costo, ma se la legislazione ne permette il consumo, diversi soggetti li aborrano.

La popolazione mondiale continua a crescere, il pianeta sta cambiando (non è il luogo per approfondire le cause) con eventi climatici sempre più estremi e luoghi che nel giro di qualche anno potrebbero diventare inospitali con conseguenti fenomeni migratori. Già oggi molti operatori sottolineano come il sistema agroalimentare sia sotto stress e che sia necessario migliorare, ottimizzare e rendere più sostenibile agricoltura e allevamento. Ci sono tecniche agricole più rispettose del suolo, ci sono regimi alimentari che possono impattare meno sull’ambiente, ci sono molte soluzioni “tradizionali”, ma queste arrivano sino a un certo punto, poi è necessario avere qualcosa di più innovativo. Di più scientifico.

Ma a qualcuno la scienza fa paura, ma non è superstizione miscelata con ignoranza come per l’aurora boreale nel Medioevo, è difesa di interessi di pochi indipendentemente dal beneficio che ne trarrebbero i molti. Se vivessimo in un’isola deserta forse un atteggiamento del genere potrebbe funzionare, ma non siamo isolati, siamo parte di un sistema complesso. Se uno non fa una cosa, la farà un altro. Lo abbiamo visto consegnando la ricerca sugli OGM alle multinazionali delle sementi, perdendo conoscenze e competenze nelle strutture pubbliche che non potevano più lavorare su quei progetti di ricerca. Lo stesso sta accadendo con la carne coltivata: qui è tutto fermo, altrove si preparano a entrare sul mercato. Rimanere arroccati su certe posizioni antiscientifiche e antitecnologiche, ma solo quando fa comodo a qualcuno, si rischia di rimanere indietro sia a livello culturale sia a livello tecnico-scientifico.

La ricerca pubblica permette di controllare il lavoro fatto dai privati, dà stimolo alla creazione di nuove realtà e consente di trasformare idee in opportunità. Chiudere le porte prima ricorda le genuflessioni di fronte all’aurora boreale dell’anno Mille.

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