Dal 2000 i prezzi al consumo sono saliti del 63%, cibo e bevande dell’87%: cosa dicono i dati Istat sul carrello degli italiani
Il giorno di mercato, quando ero piccolo piccolo, andavo sempre con mia nonna a prendere frutta e verdura, ma la tappa dal panettiere era d’obbligo. Con qualche monetina, si parla di lire, nelle mie mani compariva un pezzo di focaccia.
Oggi, per avere lo stesso pezzo, devo usare monete con due metalli. Far tornare i conti è sempre più difficile.
La memoria non è un indice dei prezzi, ma i numeri dell’Istat mi danno in parte ragione. Con una somma equivalente a cinque euro di oggi, nel 1926 un italiano portava a casa 1,8 chili di pane; oggi ne porta 1,3. Con la pasta succede il contrario: da 1,3 chili a quasi tre. Lo zucchero, che cento anni fa costava due volte e mezzo il pane, oggi costa meno di un terzo.
Il confronto arriva dall’ultimo lavoro dell’Istat sui prezzi al consumo, aggiornato a ottobre 2026. Mostra ciò che le medie nascondono: l’inflazione non colpisce tutti i prodotti allo stesso modo, e il potere d’acquisto, secondo me, si legge scaffale per scaffale più che in un numero solo.
Tra il 2000 e il 2025 i prezzi al consumo sono cresciuti in media del 63%. Alimentari e bevande hanno fatto peggio, con un aumento dell’87%. Alloggio e ristorazione sono saliti dell’85,7%, alcolici e tabacchi del 114,7%. Il conto al ristorante, lo sappiamo tutti, è aumentato più della media.
Sono scesi invece telefoni, computer e connessioni, del 58%, mentre la sanità è cresciuta poco, del 15,9%. La media inganna: dentro quel 63% convivono rincari oltre il 100% e cali vicini al 60%.

Nel piatto decide il lavoro, ed è la parte che trovo più istruttiva. Pane, latte e carne bovina richiedono molta manodopera e hanno costi difficili da comprimere: con cinque euro oggi se ne compra meno che nel 1926, il 29% in meno di pane, il 32% in meno di carne bovina, il 43% in meno di patate. Pasta, uova, caffè e zucchero hanno dalla loro l’industria e materie prime meno care, e vanno nella direzione opposta: la quantità acquistabile cresce del 134% per la pasta, del 103% per le uova, del 104% per il caffè, del 445% per lo zucchero.
A spostare i conti negli ultimi anni è stata soprattutto l’energia. Il 2022 lo ricordiamo tutti: a ottobre i prezzi al consumo dei beni energetici erano più alti del 71,6% rispetto a un anno prima, il massimo storico. Nel 2022 i prezzi dei beni sono aumentati del 12%, quelli dei servizi del 3,1%. Tra il 2019 e il 2025 il costo della vita è salito di circa il 19%, mettendo in fila i tassi annui dell’indice generale.
E non è finita. Ne avevo scritto nell’editoriale di agosto: dall’inizio del 2026 il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha riportato in alto i prezzi dei derivati del petrolio, e a settembre l’inflazione è tornata sopra il 4% annuo. Una filiera che dipende da carburante, fertilizzanti e trasporti lo sente presto: dai campi allo scaffale il passo è breve.
Tra i prodotti del confronto Istat, quello che mi ha colpito di più è il vino, perché cambia meno di tutti. Con cinque euro, nel 1926 se ne compravano 2,1 litri; oggi 2,2, appena il 5% in più in un secolo. Nello stesso periodo la quantità di pasta acquistabile è salita del 134%, quella di caffè del 104%, quella di zucchero del 445%, mentre il pane è sceso del 29%.
Mettendo a confronto i prezzi il quadro è ancora più chiaro. Nel 1926 un litro di vino costava l’84% di un chilo di pane, oggi ne costa il 57%. Con la pasta il rapporto si è invertito: allora un litro di vino valeva il 59% di un chilo di pasta, oggi il 132%. La pasta è diventata molto più accessibile, il pane molto meno, e il vino sta nel mezzo.
Il dato chiede prudenza, perché il vino di cento anni fa e quello di oggi non sono lo stesso prodotto, e il confronto riguarda beni di largo consumo, non le bottiglie di fascia alta. Resta però un fatto: mentre il carrello cambiava, il prezzo del vino è rimasto vicino al punto di partenza, da 2,12 a 2,23 litri ogni cinque euro.
Rispetto a cento anni fa il carrello è più pieno: a parità di cinque euro, nove prodotti su 13 si comprano in quantità maggiori. Ma i quattro che calano, pane, latte, patate e carne bovina, sono tra i più consumati. E voi, quando fate la spesa, riuscite a far tornare i conti?
