Tra muretti a secco e suoli vulcanici, Tenuta di Castellaro produce un vino dolce che sorprende per la sua anima mediterranea
C’è un momento, durante la vendemmia a Lipari, in cui i grappoli di Malvasia non vanno in cantina. Restano lì, al sole, su graticci sistemati tra i filari, ad appassire lentamente per una quindicina di giorni. Il mare è a ottanta metri sotto. Il vento sirocco porta sale. È in quel tempo sospeso che nasce la Malvasia delle Lipari DOC di Tenuta di Castellaro.
Un vigneto costruito contro la pendenza
La Vigna Cappero occupa settemila metri quadrati sul versante sud-orientale di Lipari. Non è una vigna che si percorre facilmente: i filari corrono su terrazze sorette da antichi muretti in pietra lavica, rappresenta in modo perfetto quella viticoltura eroica di cui si sente sempre parlare: viti che crescono su pendii dove la meccanizzazione non può entrare e ogni operazione si fa a mano.

Il suolo è sabbioso, di matrice pomicea — il risultato di secoli di attività vulcanica dell’arcipelago eoliano. Le radici affondano in un terreno che non assomiglia a nessun altro posto in Italia, e questo, naturalmente, si trova nel vino.
Le varietà coltivate sono due, entrambe autoctone: Malvasia delle Lipari per il 95% e Corinto Nero per il restante 5%. La selezione del materiale vegetale è stata condotta con la collaborazione dei tecnici di Pépinières Guillame, maison francese specializzata nella selezione massale, con l’obiettivo di conservare la biodiversità genetica delle piante originarie dell’isola.
Come si fa un passito senza forzature
L’appassimento è la chiave di questo vino. Le uve non vengono portate in celle di appassimento controllato: restano in vigna, esposte al sole e all’aria del Mediterraneo. Quindici giorni in cui la concentrazione di zuccheri, aromi e struttura avviene in modo naturale, seguendo i ritmi del clima e non quelli dell’industria.
Dopo la raccolta, la pressatura è soffice — per non estrarre componenti amari dalla buccia — e il vino affina in bottiglia per almeno diciotto mesi prima di essere commercializzato. Lo spiega l’enologo Emiliano Falsini, che segue la produzione in cantina con un approccio attento alla preservazione delle caratteristiche aromatiche del territorio.

Il metodo è rodato ma non banale: ogni annata dipende da come il sole e il vento si comportano in quell’agosto specifico, da quanto la pomice ha trattenuto l’umidità, da come le viti — alcune vecchie di decenni — hanno attraversato la stagione.
Nel bicchiere il Mediterrano
Al naso il vino apre su albicocca matura, fico, sambuco e uva passa. Note che riconducono immediatamente alla categoria dei passiti, ma con una complessità che rimanda alla macchia mediterranea — mirto, erbe aromatiche, qualcosa di selvatico e asciutto.
Al palato la dolcezza è reale ma non stanca, perché viene bilanciata da una sapidità marina molto decisa e da una freschezza minerale che tiene la struttura in equilibrio. È questa la caratteristica che distingue i passiti eoliani da quelli prodotti in contesti più continentali: il mare è ovunque, anche nel vino.
La bevibilità è alta. Non è un vino da meditazione da sorseggiare a piccole dosi per obbligo, ma un vino che invita a tornare al bicchiere.
