Le nuove tariffe di Trump minacciano l’export agroalimentare, con il vino in prima linea. Le associazioni chiedono reazione e nuove strategie.
L’ombra dei dazi statunitensi al 30% si allunga sull’Italia, e in particolare sul suo patrimonio enogastronomico. A partire dal 1° agosto, l’amministrazione Trump intende imporre nuove tariffe sulle importazioni dall’Unione Europea, una decisione che le associazioni di categoria definiscono “irricevibile” e potenzialmente “catastrofica” per l’economia tricolore. Si parla di un danno potenziale per l’Italia fino a 35 miliardi di euro all’anno, con oltre 140.000 posti di lavoro a rischio su scala nazionale, e fino a 18.000 solo in Toscana, tra vino, moda e agroalimentare.
Agroalimentare: un colpo durissimo per il Made in Italy
Il settore agroalimentare italiano rischia un “contraccolpo durissimo”. La Copagri sottolinea come queste tariffe aggiuntive del 30% si sommerebbero a quelle già esistenti, aggravate dalla svalutazione del dollaro e dall’aumento delle tasse doganali USA. Prodotti simbolo della dieta mediterranea, come vino, formaggi e olio extravergine d’oliva, che nel 2024 hanno registrato una crescita significativa negli USA, sono ora sotto pressione. Prodotti come Chianti, Amarone, Pecorino Romano e Prosecco sono tra i più a rischio a causa della loro forte dipendenza dall’export verso gli Stati Uniti.

Lino Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio, evidenzia che l’export italiano verso gli USA si aggira intorno ai 70 miliardi di euro, una cifra «tutt’altro che trascurabile» che rende il mercato americano «strategico, da tutelare con attenzione». Le oscillazioni nelle decisioni di Trump generano «instabilità, incertezza e complicano anche la gestione commerciale delle attività».
La Coldiretti Toscana avverte di un impatto potenziale di oltre 300 milioni di euro sulle imprese toscane e sui consumatori americani, con una tassazione che per il vino raggiungerebbe il 35%. Anche in Abruzzo, secondo Cia-Agricoltori Italiani (CIA), i dazi minacciano vino, olio e pasta, mettendo in pericolo il 36% dell’export regionale.
Il vino in fiamme: dalle bollicine al Brunello
Per il vino italiano, le prospettive sono particolarmente cupe. Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini (UIV), parla di un «quasi un embargo per l’80% del vino italiano» se il dazio del 30% dovesse essere confermato. Questa decisione, a suo dire, «porterà all’impoverimento di tutti», con un danno potenziale stimato tra i 300 e i 330 milioni di euro per l’Italia nei prossimi 12 mesi. La US Wine Trade Alliance (USWTA), associazione americana, paventa dazi al 17% per agricoltura e vino, ma ribadisce che i vini europei “sono espressioni uniche del terroir e non sono replicabili con equivalenti americani”.
Il vino italiano è il più esposto al mercato statunitense, rappresentando il 24% dell’export totale di vino italiano (circa 2 miliardi di euro) e il 40% dell’export totale dell’UE verso gli USA. Denominazioni come Moscato d’Asti (60%), Pinot Grigio (48%), Chianti Classico (46%), rossi toscani (35%), rossi piemontesi (31%), e il binomio Brunello di Montalcino e Prosecco (27%) sono tra le più vulnerabili. Il Consorzio Brunello di Montalcino conferma che per Montalcino gli USA rappresentano oltre il 30% dell’export. Per i vini toscani Dop e Igp, l’Associazione Vini Toscani (Avito) stima che oltre 400 milioni di euro siano “in bilico”.

Le bollicine italiane, trainate dal Prosecco, sono la prima scelta (42%) dei consumatori americani, superando anche le bollicine domestiche (40%) e francesi (10%), un primato che si conferma anche sul fronte dei valori.
Marco Caprai, produttore umbro, parla di una «rivoluzione» per il vino simile a quella del metanolo, con la potenziale perdita del 20-30% della superficie coltivata a vite e conseguenze devastanti per l’occupazione e il paesaggio. Per lui, «qualcosa tra chi sta trattando per l’Ue non funziona».
Le voci dal territorio e la chiamata all’Europa
Angelo Radica, presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino, lancia un «allarme rosso», affermando che il 30% di dazi «è un livello intollerabile», aggravato dalla svalutazione del dollaro. Sottolinea che «gran parte delle aziende non sarebbe in grado di sopportare un’imposizione di queste proporzioni».
La Confederazione nazionale dei Consorzi volontari per la tutela delle Denominazioni dei vini italiani – Federdoc – esprime “forte preoccupazione per i vini a denominazione d’origine”.

Nonostante la gravità della situazione, c’è chi guarda avanti. Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti docg, invita a non «piangersi addosso» ma a vedere la situazione come »l’occasione per accelerare una nuova strategia di export, che punti su mercati alternativi e più stabili». Indica Sud America, Asia e Africa come «rotte fondamentali per il futuro del vino italiano».
Giuseppino Santoianni, presidente dell’Associazione Italiana Coltivatori, invoca una risposta dell’Unione Europea «forte, unitaria e fondata sulla valorizzazione del dialogo transatlantico», per «difendere il Made in Italy» e coloro che lavorano per assicurare un futuro competitivo e sostenibile all’agroalimentare.
Le associazioni chiedono interventi strutturali da parte del governo italiano e dell’UE per incidere sulla competitività, agendo su imposizioni interne, mercati dell’energia e credito. L’Europa “non può restare in silenzio o divisa: serve un fronte comune per scongiurare l’introduzione di dazi”.
