Dalle rane fritte al cibo surgelato, dal Moscato alla birra: cosa resta della tradizione nelle feste patronali?
La mia memoria in fatto di sagre paesane risale al 1964 con le feste del patrono nei paesi della Bassa pavese. Le manifestazioni mantenevano vive ricette e piatti antichi. Un ricordo su tutti la sagra della «Ranata». Vedeva la comunità impegnata per una settimana a pescare rane e poi festa il sabato sera. Volontari donne e uomini cucinavano al campo sportivo. Menù: rane fritte, risotto con rane, frittata con rane, rane in umido con polenta e l’immancabile salame di Varzi o la coppa piacentina. Anche il vino era presente: la Barbera, Gotturnio, Ortrugo, Pinot grigio. Oggi molte feste non usano più prodotti locali o artigianali, ma propongono cibo proveniente da altre zone comperato nei canali che forniscono la ristorazione o preso direttamente nei supermercati, a volte vengono spacciati per locali e sono cucinati senza amore. Questo ovviamente non accade in tutte le sagre, ma è una tendenza uguale in ogni regione: si mette da parte tradizione e cultura in nome di un immediato profitto.
Tra quegli anni Sessanta e oggi è cambiato quasi tutto in questo mondo. Le sagre nascevano attorno a un prodotto e a una comunità che quel prodotto lo lavorava con le proprie mani, per una settimana intera prima ancora di apparecchiare la prima tavolata. Erano un modo per raccontare un territorio, spesso l’unico. Oggi il racconto si è perso quasi ovunque, sostituito da un modello che funziona uguale a Nord come a Sud: cibo, birra alla spina, intrattenimenti vari. Il piatto tipico è diventato un dettaglio, quando va bene un pretesto.

Ed eccoci in questa estate ad assistere al consueto fiorire delle sagre di paese anche qui in Langhe – Roero – Monferrato. Io le considero una svendita della tradizione, la maggioranza delle Pro Loco le vede come un momento insostituibile di socialità e promozione locale.
Attenzione però, questo non è un male in sé. Organizzare una festa costa, e senza gli incassi del banco gastronomico molte realtà chiuderebbero i battenti in pochi mesi. Il problema non è che le sagre siano usate per fare cassa. Il problema è che oggi facciamo finta che tutte raccontino ancora un territorio. Questi guadagni servono spesso ad autofinanziare le parrocchie, le squadre di calcio locali o le associazioni di volontariato.
Io in generale non sono assolutamente contrario a queste manifestazioni. Credo però sia importante dare più visibilità a quegli eventi enogastronomici con una riconosciuta valenza di tradizione. Servirebbe, cioè, distinguere le due categorie: da una parte le sagre che portano avanti una ricetta, un prodotto, un mestiere del territorio; dall’altra gli eventi che servono a raccogliere fondi, legittimi quanto si vuole ma senza pretesa di rappresentare una tradizione che non hanno. Un registro regionale delle sagre autentiche farebbe proprio questo: non toglierebbe nulla alle feste “di cassa”, darebbe finalmente peso e riconoscibilità a quelle che un territorio lo raccontano ancora davvero.
Anche questa estate il fresco Moscato è stato dimenticato, mentre migliaia di feste della birra fanno sembrare la Langa una provincia tedesca.
