Maialetto sardo, prezzi troppo bassi: allevatori in allarme

Coldiretti Sardegna denuncia quotazioni insufficienti e rilancia il percorso verso il marchio Igp per tutelare la filiera

Arriva dalla Sardegna, attraverso la Coldiretti, l’allarme sul maialetto sardo: nei giorni scorsi l’organizzazione ha reso noto che a luglio il prezzo pagato agli allevatori si è fermato intorno a sei euro al chilo per un animale vivo, per poi risalire di poco oltre i sette euro. Un livello ritenuto inadeguato proprio nel periodo di massima richiesta, quello di Ferragosto, quando feste in famiglia e sagre paesane moltiplicano la domanda di uno dei piatti più identitari dell’Isola.

Un ribasso anomalo per la stagione

L’anno precedente, nello stesso periodo, le quotazioni superavano senza difficoltà i sette euro al chilo. Il confronto, secondo Coldiretti Sardegna, conferma una filiera che produce un’eccellenza riconosciuta ma non riesce a trasformare quel riconoscimento in reddito per chi alleva.

Luciano Nieddu, allevatore di Berchidda, descrive così questa situazione: «Non si era mai visto un prezzo così basso in questo periodo dell’anno». Secondo Nieddu le macellazioni non crescono nonostante la richiesta, e una parte della ristorazione si rifornirebbe tramite grandi piattaforme commerciali con capi provenienti da fuori Sardegna, venduti a prezzi che gli allevatori sardi non possono sostenere.

Porceddu Sardo
Porceddu Sardo

La strada verso il marchio Igp

La risposta deve essere strutturale, per Coldiretti, e passa dal riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta. Il percorso è già stato avviato: lo scorso 15 aprile si è costituito il Comitato promotore per l’Igp del maialetto di Sardegna, insieme a un comitato scientifico incaricato di scrivere il disciplinare da sottoporre al ministero e a Bruxelles. A guidare il comitato è Giorgio Demurtas, presidente di Coldiretti Cagliari, che indica nel marchio «lo strumento decisivo per valorizzarlo, proteggerlo e dare prospettive agli allevatori».

Il precedente citato dall’organizzazione è quello dell’Agnello di Sardegna Igp. Secondo il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu, che guida anche il consorzio dell’agnello, quell’esperienza dimostra che «una filiera organizzata e certificata è in grado di difendere il reddito delle imprese». Sull’Isola l’Igp è già riconosciuta, oltre che per l’agnello, per i culurgionis d’Ogliastra e per le sebadas di Sardegna.

Un piatto nato dalla civiltà contadina

Il porceddu, o proceddu, porcheddu, porcetto a seconda della zona dell’Isola, nasce nell’economia agropastorale sarda. Ogni famiglia contadina teneva uno o più maiali per il proprio sostentamento, e il maialetto da latte era riservato alle occasioni importanti: matrimoni, comunioni, feste patronali. Macellare un capo così giovane era antieconomico in un contesto rurale, dove un animale lasciato crescere rendeva molto di più: per questo, fino a pochi decenni fa, il porceddu restava un cibo raro, non quotidiano.

La ricetta più diffusa prevede la cottura lenta allo spiedo sulla brace, per almeno due o tre ore, con il maialetto che viene fatto ruotare a distanza costante dal fuoco. In Barbagia sopravvive anche la tecnica più antica, quella sotto terra, chiamata in sardo a carraxiu: una fossa scavata nel suolo, un letto di braci coperto da rami e foglie aromatiche, la carne avvolta in vegetazione e lasciata cuocere per irraggiamento. In entrambi i casi il tocco finale è il mirto, che profuma la carne.

Un mercato nazionale da miliardi di euro

La richiesta di accelerare sull’Igp si inserisce in un quadro nazionale in cui i prodotti suinicoli certificati pesano molto sull’economia agroalimentare. L’offerta italiana di carne suina copre meno del 60% del fabbisogno interno, mentre le Indicazioni geografiche del comparto sono già 44, di cui 21 Dop e 23 Igp, per un valore di 2,3 miliardi di euro alla produzione e oltre 5,3 miliardi al consumo.

Per il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba, il nodo non è solo il prezzo, ma la mancanza di strumenti che consentano di governare il mercato. Il maialetto sardo, spiega Saba, dipende principalmente dalla domanda interna, e questo espone le aziende a «oscillazioni anche molto pesanti». Un marchio Igp aprirebbe sbocchi commerciali in Italia e all’estero e renderebbe il prezzo meno vulnerabile alle oscillazioni stagionali.

La differenza è nell’allevamento

Tra i maialetti sardi e quelli allevati fuori dall’Isola la differenza non sta nella razza, ma nel metodo di allevamento: gli animali destinati al porceddu tradizionale crescono allo stato brado o semibrado, nutriti prevalentemente con latte materno e pascolo, e vengono macellati giovani, tra le tre e le otto settimane di vita. È proprio questo legame con il territorio, la tracciabilità dalla nascita alla macellazione, che il futuro disciplinare Igp dovrà certificare, distinguendo il maialetto isolano da quello che arriva da fuori Sardegna e viene venduto come tipico senza esserlo.

Il disciplinare Igp, una volta approvato dal ministero e dalla Commissione europea, si aggiungerebbe alle 44 Indicazioni geografiche già attive nel comparto suinicolo italiano, e alle tre Igp sarde già riconosciute per agnello, culurgionis d’Ogliastra e sebadas.

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