A otto anni si può smettere di mangiare. In Italia, 3 milioni di persone soffrono di disturbi alimentari, il 30% under 14
Un bambino di otto anni che rifiuta il cibo. Non per capriccio, non per pigrizia a tavola, ma per qualcosa che medici e psicologi chiamano disturbo del comportamento alimentare. È uno degli scenari che emerge dai dati presentati in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, celebrata il 15 marzo: una fotografia che non lascia spazio alle interpretazioni rassicuranti.
In Italia oltre tre milioni di persone soffrono di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il 30% ha meno di 14 anni. Tra bambini e adolescenti i casi sono aumentati fino al 35% negli ultimi anni. Dopo la pandemia, la crescita ha accelerato ulteriormente.
Non solo anoressia
L’immaginario collettivo associa i disturbi alimentari all’anoressia nervosa, alla ragazza adolescente che smette di mangiare. Il quadro reale è più complicato, e in parte diverso.
Accanto ad anoressia e bulimia, crescono patologie meno conosciute. L’Arfid — Avoidant Restrictive Food Intake Disorder — riguarda tra il 5 e il 14% dei bambini, colpisce più spesso i maschi e si manifesta soprattutto in età scolare tra i 6 e i 10 anni. Non c’entra l’immagine corporea: chi ne soffre evita certi alimenti per le caratteristiche sensoriali, odore, consistenza, temperatura, o per la paura di soffocare. Un bambino che mangia solo quattro o cinque cibi diversi non è necessariamente un bambino difficile da gestire a tavola.
Poi ci sono la diabulimia (pazienti diabetici che usano l’insulina per controllare il peso), l’ortoressia (ossessione per il cibo sano), la bigoressia (ossessione per la massa muscolare, quasi esclusivamente maschile), il binge eating disorder caratterizzato da abbuffate senza condotte compensatorie.
«La prevalenza non è più l’anoressia nervosa ma soprattutto bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata, cioè patologie legate al discontrollo degli impulsi», spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra referente per i disturbi del comportamento alimentare della Regione Umbria e direttrice del Numero verde SOS Disturbi alimentari. «Nei primi anni 2000 le persone che soffrivano di Dca in Italia erano circa 300 mila, oggi sono oltre 3 milioni».

I segnali da non ignorare
Riconoscere un disturbo alimentare in un bambino non è semplice. I campanelli d’allarme non assomigliano sempre a quelli che si immagina.
La Federazione Italiana Medici Pediatri e la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza indicano cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, rifiuto di certi cibi o selezione sempre più rigida, variazioni di peso non coerenti con la crescita, isolamento durante i pasti, cambi d’umore, aumento eccessivo dell’attività fisica.
Nei ragazzi i segnali possono essere diversi. «Per molto tempo i criteri diagnostici e l’immaginario collettivo hanno identificato i disturbi alimentari come un problema ‘da ragazze’: questo ha reso più difficile riconoscerli nei maschi, dove i sintomi possono essere meno sovrapponibili ai modelli classici», afferma Elena Inzaghi, responsabile del Gruppo di studio Medicina di genere in pediatria della Società Italiana di Pediatria. Nei maschi il disturbo si presenta spesso come ossessione per la massa muscolare, uso compulsivo di integratori, attività fisica eccessiva — non come paura di ingrassare.
Uno studio condotto al Bambino Gesù su 501 pazienti pediatrici con anoressia nervosa ha documentato che i maschi al momento del ricovero presentavano parametri clinici più gravi. Una diagnosi arrivata tardi, nel senso peggiore del termine.
Il ruolo del pediatra (e della famiglia)
Il pediatra di famiglia è il primo a poter intercettare questi segnali, spesso prima che il disturbo si consolidi. «”Non si tratta solo di osservare il peso, ma di monitorare l’andamento della crescita, il comportamento alimentare e il benessere emotivo del bambino. Il rapporto con il cibo si costruisce già nei primi anni di vita», sottolinea Raffaella De Franchis, referente Area Alimentazione e Nutrizione della FIMP.
I consigli agli specialisti per le famiglie sono concreti: favorire la convivialità durante i pasti, non commentare il peso o l’aspetto fisico dei figli, non usare il cibo come premio o punizione. Quest’ultimo vale più di quanto sembri: un bambino abituato a ricevere dolci come consolazione costruisce nel tempo un’associazione tra cibo e stati emotivi che può diventare difficile da sciogliere.

Social, pandemia e nuovi modelli del corpo
L’aumento dei casi è distribuito nel tempo, ma due accelerazioni sono documentate: la pandemia e la diffusione dei social media. In Emilia-Romagna, negli ultimi 15 anni, i disturbi del comportamento alimentare tra adolescenti e preadolescenti sono aumentati del 485%. I disturbi d’ansia del 286%, gli atti autolesivi del 170%.
Al Pronto Soccorso dell’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, tra il 2018 e il 2022, le consulenze di neuropsichiatria infantile sono quintuplicate. I disturbi alimentari sono cresciuti del 294%.
«I nostri bambini e i nostri adolescenti sono sotto attacco dalle big tech, dagli strumenti di social network, dai device digitali e anche da un mercato cinico e spietato che utilizza le loro fragilità per generare motivo di profitto», ha detto Isabella Conti, assessore regionale al Welfare dell’Emilia-Romagna.
Sul fronte culturale, qualcosa si è anche spostato. «Se in passato i disturbi dell’alimentazione erano spesso legati a un ideale di rinuncia e controllo che mortificava il corpo». osserva Martina Mensi, ricercatrice dell’Università di Pavia, «oggi osserviamo sempre più frequentemente forme in cui il corpo diventa un oggetto da modellare e perfezionare. Non si tratta più solo di inseguire la magrezza, ma di aderire a standard estetici e performativi sempre più rigidi, alimentati anche dalla pressione sociale e dai modelli dei social media».
La rete di cura: c’è ma non basta
In Italia esistono 232 strutture dedicate ai disturbi alimentari, secondo la mappatura dell’Istituto Superiore di Sanità aggiornata a febbraio 2026: 176 centri di cura e 56 associazioni. Ma 85 centri stanno al Nord, 36 al Centro, 55 tra Sud e Isole. Chi vive al Sud, in caso di bisogno, spesso deve spostarsi.
Per colmare la mancanza di dati nazionali certi, l’ISS ha avviato un progetto di monitoraggio epidemiologico permanente che entrerà nella fase operativa nelle prossime settimane. «Avremo uno strumento importante per avere una mappa reale dei bisogni, intercettare precocemente questi disturbi e inserire chi ne è colpito in un processo di presa in carico multidisciplinare che abbia carattere stabile e continuativo», ha spiegato il presidente ISS Rocco Bellantone.
Nel frattempo si moltiplicano le iniziative locali. In Friuli Venezia Giulia ha aperto “Casa Lilla”, il primo centro regionale residenziale per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. A Torino il Centro Diurno “Ci vediamo a CasaOz” accoglie ragazzi tra i 10 e i 18 anni con un approccio fondato sulla quotidianità — gesti comuni, spazi condivisi, attività di ogni giorno — come strumento di cura affiancato alla terapia clinica. Il Piemonte ha stanziato 300 mila euro annui dal 2026 al 2028.
Per chi cerca un primo punto di contatto, è attivo il numero verde nazionale 800180969 — gratuito e anonimo.
Il ruolo del cibo nella società
Il cibo non è mai stato solo nutrimento: è relazione, controllo, piacere, identità. I disturbi del comportamento alimentare portano questa complessità all’estremo. E i numeri di questi giorni dicono che riguardano molte più persone — e molto più giovani — di quanto si pensi normalmente.
