Un’epidemia silenziosa avanza nei piatti e nei corpi di tutto il pianeta. L’Italia, terra di dieta mediterranea, non ne è immune. Anzi, i dati fanno riflettere
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in un’epoca in cui si parla di km zero, di cibo artigianale, di etichette da leggere con cura, eppure l’obesità non ha mai colpito così tante persone. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2022 quasi 900 milioni di adulti nel mondo vivevano con obesità — una condizione che l’OMS classifica oggi come malattia cronica, non semplice eccesso di chili. Un dato che non parla di pigrizia o mancanza di volontà, ma di sistemi alimentari, ambienti urbani, stress, genetica e disuguaglianze sociali che si intrecciano in modo sempre più difficile da sciogliere.
Una crisi che attraversa i confini
Secondo l’analisi fatta da Statista in occasione del World Obesity Day del 4 marzo 2026 si evince con chiarezza come il problema sia cresciuto ovunque nel giro di trent’anni. Negli Stati Uniti la quota di adulti obesi è più che raddoppiata, passando da circa il 20% del 1992 a oltre il 40% nel 2022, con 56 decessi ogni 100.000 abitanti attribuibili all’obesità nel 2023.
I numeri diventano ancora più preoccupanti guardando ad altre aree del globo. Arabia Saudita e Messico seguono con aumenti altrettanto ripidi — rispettivamente fino al 41% e al 36% — e registrano tra i tassi di mortalità più alti del dataset: 171 e 90 decessi ogni 100.000 persone.
Il Sudafrica segna un caso emblematico: il paese africano aveva già una quota relativamente alta di adulti obesi nel 1992 — il 15% — quasi raddoppiata al 30% entro il 2022, con un tasso di mortalità correlata all’obesità di 103 decessi ogni 100.000 nel 2023.
Anche l’Asia, tradizionalmente associata a corporature più snelle, non è esente. In Cina e India la prevalenza dell’obesità è passata da circa l’1% nel 1992 a valori tra il 7 e l’8% nei primi anni 2020. Piccole percentuali in termini assoluti, ma applicate a popolazioni di miliardi di persone, diventano numeri enormi.

L’Europa: tra protezione e illusioni
Nel panorama europeo la situazione è mista. Nel Regno Unito l’obesità tra gli adulti è salita dal 14% del 1992 al 29% del 2022, con 32 decessi ogni 100.000 nel 2023. La Germania è passata dal 16% al 24%, con 38 decessi ogni 100.000.
La Francia mostra un profilo anomalo: l’obesità è rimasta pressoché stabile attorno all’11% dal 1992 al 2022, eppure il paese registra comunque 25 decessi ogni 100.000 abitanti legati all’obesità. Un promemoria che anche prevalenze contenute portano con sé un peso sanitario reale.
Il dato più sorprendente viene dal Giappone: il paese è passato da circa il 2% al 5% di adulti obesi nello stesso arco trentennale, registrando il tasso di mortalità correlata all’obesità più basso del confronto, 11 decessi ogni 100.000 nel 2023. Un modello che gli esperti di nutrizione citano spesso, legato a porzioni contenute, alimenti poco processati e una cultura del pasto radicalmente diversa da quella occidentale.
L’Italia e il paradosso mediterraneo
L’Italia occupa una posizione peculiare in questo scenario. È il paese della dieta mediterranea, patrimonio UNESCO, modello nutrizionale studiato e invidiato in tutto il mondo. Eppure i numeri raccontano una storia diversa da quella che ci piacerebbe credere.
Secondo l’Italian Barometer Obesity Report 2024, basato sui dati ISTAT e dell’Istituto Superiore di Sanità, l’11,8% della popolazione adulta italiana soffre di obesità, in crescita rispetto all’11,4% del 2022. Il 36,1% degli adulti è in sovrappeso, con un incremento progressivo nell’arco dell’ultimo decennio.
Negli ultimi vent’anni, la quota di persone in eccesso di peso è cresciuta di circa 4 punti percentuali, passando dal 42,6% del 2003 al 46,9% nel 2024.
Il divario generazionale preoccupa quanto quello geografico. La percentuale di eccesso di peso tra i giovani di 20-24 anni è molto più alta tra i nati nei primi anni 2000 (21,6%) rispetto a chi è nato negli anni ’60 (13,4%). Le generazioni cresciute con lo smartphone in mano e la merenda industriale nel zaino pesano letteralmente di più di quelle che le hanno precedute.
A destare ulteriore preoccupazione è la fascia più giovane. Circa il 19% dei bambini di 8-9 anni è in sovrappeso e il 9,8% è obeso. La tendenza peggiora soprattutto nelle regioni meridionali e nelle aree economicamente più svantaggiate.
Nel 1994 il consumo quotidiano di frutta e verdura riguardava circa il 94% della popolazione italiana dai 10 anni in su. Nel 2024 questa percentuale è scesa al 78,2%. La dieta mediterranea, insomma, si allontana sempre più dai tavoli reali degli italiani, anche mentre viene celebrata nei convegni internazionali.

Cosa sta facendo l’Italia
Di fronte a questi numeri, le istituzioni italiane hanno iniziato a muoversi con una certa determinazione, anche se il percorso è lungo.
Il passo più significativo è già avvenuto. Il 1° ottobre 2025 il Senato ha approvato in via definitiva la cosiddetta Legge Pella — dal nome del primo firmatario, l’onorevole Roberto Pella — pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 9 ottobre 2025 come Legge n. 149. Con questo provvedimento l’Italia è diventata il primo paese al mondo a riconoscere per legge l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante.
Le cure per l’obesità entreranno nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), garantendo ai pazienti un percorso strutturato di diagnosi e cura a carico del Servizio Sanitario Nazionale. La legge prevede anche l’istituzione di un Osservatorio Nazionale presso il Ministero della Salute e uno stanziamento progressivo: 700.000 euro nel 2025, 800.000 nel 2026, 1,2 milioni annui dal 2027. Va detto che i tempi di piena applicazione dipenderanno dai decreti ministeriali attuativi e dall’aggiornamento effettivo dei LEA, un percorso tecnico-amministrativo che richiederà ancora mesi.
Sul fronte della prevenzione in età pediatrica, è attivo dal 2007 il sistema di sorveglianza OKkio alla Salute, promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con le Regioni e il Ministero dell’Istruzione, che monitora l’evoluzione dell’obesità infantile e valuta gli interventi di promozione della salute a livello locale.
Sul fronte dell’informazione al consumatore, è stato siglato un protocollo d’intesa tra diversi ministeri e la Grande Distribuzione Organizzata per promuovere il NutrInform Battery, un sistema di etichettatura volontaria che fornisce informazioni nutrizionali chiare per orientare scelte alimentari più consapevoli.
L’Italian Barometer Obesity Report 2024 ha indicato sei aree prioritarie di intervento: alimentazione sana, promozione dell’attività fisica, politiche sanitarie integrate, contrasto allo stigma sociale, formazione degli operatori e investimenti in ricerca.
Il nodo dello stigma
Un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico è lo stigma. Nelle persone che si definiscono obese, il 74% percepisce di non riuscire a controllare l’appetito e il 66% si attribuisce la responsabilità personale dell’eccesso di grasso. Un meccanismo di colpevolizzazione che ritarda la ricerca di aiuto e rende più difficile qualsiasi percorso di cura.
Circa la metà degli italiani — il 49% — è consapevole che l’obesità è una malattia cronica e un fattore di rischio per altre patologie. Meno di un terzo la considera conseguenza di cattive abitudini e solo il 4% un problema estetico. Una consapevolezza in crescita, ma ancora insufficiente per cambiare davvero l’approccio collettivo al problema.
Quello che entra nel piatto conta ancora
Per chi ama il cibo questa epidemia ha un significato preciso. Non si tratta di demonizzare il piacere della tavola né di trasformare ogni pasto in un calcolo calorico. Si tratta di capire che la qualità di quello che si mangia, la sua provenienza, il tempo dedicato a prepararlo e a consumarlo non sono dettagli, ma elementi di salute pubblica.
La crisi dell’obesità globale è anche, in larga misura, la crisi dell’industria alimentare ultra-processata, delle porzioni cresciute, del cibo veloce che ha occupato gli spazi lasciati vuoti da cucine sempre meno frequentate. Riscoprire il valore di un’alimentazione consapevole — che non significa costosa né elitaria — è forse la risposta più concreta che ciascuno può dare a una tendenza che i dati mostrano ancora in salita.
