Le cause di questa crisi: importazioni a dazio zero, pesticidi vietati nei campi UE ma presenti nel riso proveniente dall’Asia
La risicoltura europea è sotto pressione: importazioni record da Asia e America, dazi ridotti o azzerati, e un paradosso che dovrebbe fare riflettere ogni consumatore. Il riso straniero che arriva nei nostri supermercati viene spesso coltivato con sostanze da anni vietate nell’Unione europea, mentre i produttori italiani e continentali devono rispettare norme tra le più severe al mondo.
Nel solo primo semestre del 2025, il Sistema di Allerta Rapido Europeo (RASFF) ha emesso 66 segnalazioni di contaminazione su partite di riso basmati importato, la maggior parte proveniente da India e Pakistan. In media, una spedizione viene bloccata o ritirata ogni tre giorni ai confini dell’Unione. Non si tratta di episodi isolati: le cause ricorrenti sono pesticidi vietati in Europa e aflatossine — micotossine prodotte da muffe — oltre i limiti consentiti.
Nel 2024, le allerte totali per il riso importato avevano raggiunto quota 191. Una tendenza in crescita, non in calo.

Sostanze bandite da noi, ma nei campi di altri
Il divario normativo tra l’Europa e i principali Paesi esportatori è considerevole. Nell’Unione europea sono vietate 195 molecole fitosanitarie e altre 269 non sono autorizzate. In India, le molecole bandite sono appena 56. Quattro erbicidi autorizzati in India non sono mai stati nemmeno valutati in Europa: cynmethylin, flucetosulfuron, pyrazosulfuron, triafamone.
Tra le sostanze problematiche rilevate più frequentemente nei risi importati:
- Triciclazolo: fungicida vietato nell’UE dal 2016 per la sua pericolosità per la salute umana. Ancora ampiamente usato in India, Vietnam e Cambogia.
- Carbendazim: fungicida bandito nell’UE dal 2014. Rilevato regolarmente nel riso proveniente da India e Pakistan.
- Clorpirifos: insetticida considerato neurotossico, vietato nell’UE dal 2020. Continua a comparire nelle analisi sul riso asiatico.
- Acetamiprid e Thiamethoxam: entrambi vietati nell’Unione europea, ma individuati in partite di riso importato.
Alcuni di questi principi attivi sono classificati come interferenti endocrini o come sostanze CMR, vale a dire cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione, dall’Unione europea stessa.
Il test di Altroconsumo: nessuno promosso
A fine 2025, Altroconsumo ha analizzato otto marche di riso basmati in vendita nei supermercati italiani. Risultato: nessun prodotto ha raggiunto una qualità accettabile. In cinque campioni su otto sono state rilevate aflatossine; in uno, i livelli superavano i limiti di legge. I residui di pesticidi sono stati trovati in quasi la metà dei campioni testati. Tutti rispettavano formalmente i limiti europei, ma in diversi casi si trattava di principi attivi vietati in Europa, ancora in uso nei Paesi di origine.
Un test condotto in Svizzera ha prodotto risultati ancora più allarmanti: in tutte e dodici le confezioni di basmati analizzate erano presenti residui di fitosanitari. In un campione ne sono stati contati tredici diversi.
Dazi ridotti, regole asimmetriche
A complicare il quadro contribuisce la struttura dei dazi commerciali. Grazie al regime EBA (“Everything But Arms”), introdotto per favorire i Paesi in via di sviluppo, le importazioni di riso da nazioni come Cambogia, Myanmar e Bangladesh entrano nell’UE a dazio zero. Dal 2009 a oggi, le importazioni da questi Paesi sono passate da 9 a quasi 500 milioni di chili.
Anche l’India e il Pakistan beneficiano di condizioni tariffarie agevolate. Nel complesso, durante l’ultima campagna di commercializzazione le importazioni di riso nell’Unione europea hanno raggiunto circa 1,7 milioni di tonnellate, una parte consistente delle quali entrata senza dazi o con dazi ridotti.
Questo significa che un produttore di riso in Piemonte o in Spagna deve sostenere costi di produzione più elevati, rispettare norme stringenti e rinunciare a decine di molecole chimiche, mentre il riso importato arriva sul mercato a prezzi più bassi, coltivato con metodi che in Europa sarebbero illegali.

L’Arborio perde il 35% del valore
Le conseguenze economiche sono già visibili. La varietà Arborio, usata per i risotti, ha perso circa il 35% del proprio valore nell’arco di un anno. I prezzi all’origine del risone sono sotto pressione da mesi. Alcuni produttori stanno spostando la coltivazione verso le varietà Japonica, tradizionalmente più stabili, ma se la tendenza si diffonde rischia di creare un eccesso di offerta anche in quel segmento.
L’Italia è il primo produttore europeo di riso, con circa 1,4 miliardi di chili di risone l’anno. La filiera è concentrata soprattutto nelle province di Pavia, Vercelli e Novara, che da sole rappresentano il 90% della superficie nazionale coltivata a riso.
Cosa chiedono i produttori
Copa-Cogeca (l’organizzazione europea degli agricoltori e delle cooperative agricole), la Federation of European Rice Millers e l’Ente Nazionale Risi chiedono a una voce sola a Bruxelles misure concrete e rapide. Sul tavolo ci sono tre richieste principali:
- Revisione del meccanismo di salvaguardia automatico legato al regime SPG/EBA, con soglie di attivazione più realistiche che consentano interventi tempestivi quando le importazioni distorcono il mercato.
- Aggiornamento dei dazi doganali per allinearli alle reali condizioni di mercato.
- Applicazione delle clausole specchio: le importazioni devono rispettare gli stessi standard ambientali, sanitari e lavorativi richiesti ai produttori europei.
Per le tre associazione il quadro è chiaro: o si agisce ora, o la risicoltura europea rischia di sparire dai campi del continente.
Scegliere cosa portare a tavola
Di fronte a questo scenario, alcune indicazioni pratiche. Preferire riso coltivato in Italia o nell’Unione europea, controllando l’etichetta di origine. Scegliere, quando possibile, il biologico certificato. Variare i consumi alternando il riso importato con varietà italiane, anche aromatiche, sviluppate come alternativa al basmati: Apollo, Brezza, Gange, Fragrance sono alcune delle varietà coltivate nel nostro Paese.
Attenzione anche al cosiddetto “codice doganale dell’ultima trasformazione”: una norma che permette di etichettare come italiano un riso che è stato solo raffinato in Italia ma coltivato altrove. Per una tracciabilità reale, è preferibile cercare prodotti che indichino esplicitamente il Paese di coltivazione.
