Vino, se cambia il consumatore cambia il racconto

Il mondo del vino sta cambiando con rapidità, servono scelte oculate, una visione globale e il coinvolgimento delle nuove generazioni con nuove storie

Questo editoriale nasce da un dilemma, ma non così amletico. Devo parlare di De-Gustare e vorrei parlare di vino. Parto dal dovere.

De-Gustare è un progetto in evoluzione. Dopo il lancio del sito, avvenuto lo scorso luglio, in questi mesi abbiamo lavorato anche su altri tasselli che ne stanno definendo l’identità. A gennaio è andato online il primo numero della rivista in formato PDF, che per ora avrà una cadenza bimestrale, ma con obiettivi ben più ambiziosi. In questi giorni è stata attivata anche la sezione di commercio elettronico, sviluppata in collaborazione con Spaghetti & Mandolino, con l’ambizione di accorciare la distanza tra ciò che raccontiamo e la possibilità di provarlo davvero sulla propria tavola.

Trasformare in parole informazioni, emozioni ed esperienze è fondamentale, ma lo è altrettanto permetterne una fruizione rapida e concreta. Questa componente sarà in costante arricchimento e consentirà ai nostri lettori di scoprire e provare sempre nuovi prodotti. E non ci fermeremo qui: altre idee sono già in pentola, anche se – per scaramanzia – senza anticipazioni.

Adesso parliamo di vino.

In questo periodo circolano molti numeri e molte analisi sullo stato di salute di un prodotto fondamentale per l’economia agroalimentare italiana. Cantine piene, mercato interno in costante calo e in profonda trasformazione, export in parte da ricostruire. A tutto questo si aggiunge una comunicazione del vino spesso frammentata, fatta a macchia di leopardo, con linguaggi e strumenti che non sempre riescono a intercettare il target desiderato.

Il vino contiene alcol, e l’alcol è sempre più indicato come problema sociale e medico. Il concetto di bere responsabile sembra non funzionare più, perché una parte crescente di consumatori sta semplicemente scegliendo di non bere vino. I dati diffusi da Istat, Nomisma Wine Monitor e UIV-Vinitaly mostrano come il consumo non sia più quotidiano ma occasionale e orientato verso prodotti di qualità, sia tra i giovani sia tra le fasce più mature.

Siamo in una fase di profonda trasformazione, in cui le cantine sono chiamate ad aumentare la qualità senza far lievitare eccessivamente i prezzi, per evitare un ulteriore allontanamento del consumatore. Allo stesso tempo è necessario individuare sbocchi alternativi agli Stati Uniti: molti produttori segnalano come il sistema distributivo americano non intenda assorbire gli aumenti legati ai dazi, scaricandoli sul cliente finale. Quando finiranno le scorte prodotte prima della loro introduzione, il rischio di un aumento significativo dei prezzi è concreto, con possibili ripercussioni su consumi ed esportazioni. Serve un lavoro condiviso e strutturato: i produttori non possono essere lasciati soli a “combattere” per il proprio futuro.

Sul fronte nazionale è necessario tornare a spiegare che il vino non è solo alcol, ma un’esperienza da vivere pienamente. E per farlo basta anche un solo bicchiere, purché buono. Il vino è convivialità, è presenza costante sulle tavole italiane e del Mediterraneo da migliaia di anni. In ogni calice c’è una storia che affonda le sue radici nelle nostre origini.

Parlare di tradizione, da un certo punto di vista, è persino riduttivo: il vino è parte integrante della nostra storia. Ha plasmato territori, accompagnato epoche, attraversato storie d’amore e di vita. L’eccesso è sempre deleterio, ma la conoscenza di ciò che il vino rappresenta può essere la chiave della sua rinascita. Perché il vino è emozione, ed è proprio questa emozione che deve tornare a essere compresa e apprezzata.

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