Troppa confusione attorno al vino, serve una classificazione unica

Tra Doc, Docg, Igt e Uga il consumatore perde la bussola. Perché non puntare sul terroir con una classificazione nazionale semplificata?

Recentemente mi sono trovato a tavola con altri colleghi e personaggi del mondo del vino. Uno dei tanti argomenti emersi durante questa cena è stato l’eccesso di frammentazione del vino in Italia e la mancanza di una scala qualitativa immediata. L’etichetta dovrebbe contenere le informazioni che aiutano il consumatore a capire e percepire la bontà del vino, in modo indipendente dal bias che lega il prezzo alla qualità: più caro uguale più buono. Non è sempre così.

Dietro ai disciplinari delle Docg, Doc, Igt, sino ad arrivare ai vini da tavola (il Sassicaia era nato così, oggi è una Doc con una sola cantina) c’è un mondo fatto di infinite possibilità. A volte gli stessi viticoltori faticano a trovare la giusta collocazione dei loro prodotti in questa giungla burocratica, figuriamoci i consumatori. Spesso la denominazione di origine non è sufficiente, per esempio in Sardegna il Cannonau è una Doc che può essere prodotta in ogni punto dell’Isola e chiamarsi sempre “Cannonau di Sardegna Doc”. Ma, vien da sé, che non può essere lo stesso vino, anzi le differenze ci sono e sono notevoli.

Soluzioni? I francesi hanno adottato da ben prima della classificazione attuale legata ai prodotti a denominazione di origine europea, una loro classifica basata sul posizionamento delle vigne e di riflesso sulla qualità del vino prodotto. Ci sono differenze tra le varie zone, Bordeaux, Borgogna, Alsazia, Champagne, ma in generale Premier o Gran Cru indicano immediatamente il valore del vino.

In Italia il concetto di Cru sta arrivando negli ultimi anni, ma come sempre in modo disordinato. Non c’è una denominazione, o classificazione univoca, ma ogni area sta scegliendo il modo di identificare un vino che dovrebbe essere la vera espressione di quel territorio.

Troviamo quindi le Uga o Mga (Unità/Menzioni geografiche aggiuntive) presenti in diversi disciplinari: per la Docg Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore si può aggiungere la parola Rive; nelle Langhe, Barolo e Barbaresco possono indicare il singolo vigneto o la collina dove è posto, nel Chianti Classico si sono sbizzarriti e usano Gaiole, Radda, Lamole. Altri disciplinari introducono delle sottozone sull’etichetta per identificare il luogo di origine. Cosa ci capisce un consumatore medio?

In Italia ci sono circa 530 denominazioni di origine, aggiungiamo le Uga, poi la fantasia delle etichette che a volte nascondono, o meglio confondono, le informazioni. Il consumatore che non è esperto si trova impantanato e finisce per valutare un vino dal prezzo e dalla bellezza dell’etichetta. Sulla grafica ci sarebbero da dire molte cose, ma ne parleremo in un’altra occasione. Per aiutare nella scelta non sarebbe il caso di puntare veramente al terroir e creare una classificazione unica per tutta l’Italia. In questo modo si avrebbe immediatamente la percezione di quel vino, perché oggi è difficile capire se l’Uga è un vezzo o un valore. Aiutare il consumatore a scegliere aiuta anche a vendere.

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