Il taglio Usaid del 2025 ha fatto salire i conflitti in Africa: a pagarne il prezzo sono l’agricoltura e la sicurezza alimentare
Quando nel gennaio 2025 l’amministrazione americana ha chiuso i rubinetti dell’Usaid — l’agenzia federale che finanziava ospedali, programmi nutrizionali e sviluppo agricolo in decine di paesi — le conseguenze non si sono fatte attendere. Uno studio pubblicato sulla rivista Science nel maggio 2026 da Dominic Rohner e colleghi documenta che nelle aree subsahariane dove i fondi erano più concentrati i conflitti armati sono aumentati in modo immediato e hanno persistito per mesi. Scontri, proteste, rivolte: l’interruzione brusca dei flussi di aiuto ha destabilizzato territori che su quei soldi avevano costruito una parte della loro economia quotidiana, compresa la produzione e la distribuzione del cibo.
I ricercatori hanno incrociato i dati geocodificati sugli aiuti Usaid con quelli dell’Armed Conflict Location and Event Data (Acled), il dataset internazionale sugli eventi violenti, analizzando le variazioni a livello subnazionale — stati, province, regioni amministrative — in tutta l’Africa. Il risultato è netto: più un’area aveva ricevuto finanziamenti, più ha registrato un aumento del conflitto dopo lo stop. Non si tratta di un effetto marginale.
Quando il cibo dipende dagli aiuti
Per capire la portata del problema sul piano alimentare occorre guardare a cosa finanziava concretamente l’Usaid in Africa. Programmi di nutrizione materno-infantile, distribuzione di sementi e fertilizzanti, formazione per piccoli agricoltori, infrastrutture di stoccaggio e catene del freddo nelle aree rurali: tutto questo scompariva dall’oggi al domani. In Somalia, Etiopia, Sudan del Sud, Repubblica Democratica del Congo e in altri paesi dove l’insicurezza alimentare era già cronica, gli operatori locali si sono trovati a gestire una doppia emergenza: la perdita dei fondi e l’impennata dell’instabilità.
Il meccanismo è descritto con precisione nell’analisi pubblicata da Axel Dreher su Science: un taglio improvviso non è semplicemente «meno aiuto». Interrompe contratti di fornitura, stipendi di personale sanitario e agricolo, aspettative di comunità che avevano strutturato la propria vita attorno a quei programmi. L’effetto è istituzionale prima ancora che economico, e si traduce in una perdita di fiducia che erode le strutture locali ben oltre la mancanza immediata di risorse.

La catena che lega conflitto e produzione agricola
Il nesso tra conflitto e sicurezza alimentare è documentato da decenni. Quando un’area entra in una fase di instabilità, le conseguenze sul sistema agro-alimentare si moltiplicano a cascata. I contadini abbandonano i campi o non riescono a raccogliere. Le rotte commerciali si bloccano. I mercati rurali chiudono. Le scorte alimentari vengono saccheggiate o confiscate. Le organizzazioni umanitarie riducono o sospendono le operazioni per ragioni di sicurezza del personale.
Uno studio citato nell’analisi di Science stima che nel corso degli ultimi vent’anni i programmi Usaid nel mondo abbiano evitato centinaia di migliaia di morti. Con il taglio del 2025, quella stima si rovescia: un eccesso di mortalità era già atteso dagli epidemiologi prima ancora che i dati di campo fossero disponibili. Le aree sub-sahariane più colpite sono quelle dove l’agricoltura di sussistenza si intrecciava con programmi di assistenza esterna; lì, la scomparsa dei fondi non ha solo tolto un servizio, ha rimosso un’intera rete di supporto.
Che cosa dicono i dati subnazionali
Il valore metodologico dello studio di Rohner e colleghi sta proprio nella scala di analisi. Esaminare i dati a livello subnazionale — non il paese nel suo insieme, ma le singole province o regioni — permette di isolare l’effetto del taglio Usaid da altre variabili politiche o economiche che agiscono sull’intero territorio nazionale. Un paese può ricevere aiuti su larga scala e contenere aree che non ne hanno mai visti; lo stesso paese può essere classificato come «a rischio conflitto» anche se la violenza è geograficamente concentrata in poche zone.
Questa granularità è decisiva anche per valutare l’impatto alimentare. Le crisi nutrizionali tendono ad essere localizzate: colpiscono distretti specifici, fasce di popolazione determinate, stagioni precise. I programmi Usaid erano spesso calibrati su quella stessa scala locale. Il loro ritiro, quindi, non produce effetti omogenei su scala nazionale, ma buchi precisi nel tessuto dell’assistenza, buchi che si trovano spesso dove la vulnerabilità era già massima.
Verso uno scenario di lungo periodo
I ricercatori avvertono che gli effetti misurati finora — l’aumento dei conflitti nei mesi immediatamente successivi allo stop — sono probabilmente solo la prima ondata. Variabili più lente, come l’utilizzo dei servizi sanitari, i tassi di malnutrizione infantile, la produzione agricola per ettaro e la fiducia nelle istituzioni locali, impiegano più tempo a emergere nei dataset ufficiali. I dati sui conflitti sono disponibili in tempo quasi reale; i dati sulla mortalità infantile o sul raccolto richiedono mesi, a volte anni.
La letteratura scientifica sull’aiuto allo sviluppo aveva già dimostrato che le contrazioni brusche dei fondi a livello nazionale aumentano il rischio di conflitto armato, in particolare quando non esistono fonti alternative di finanziamento. Lo studio di Rohner e colleghi porta quella analisi al livello locale, con un caso di shock esogeno — il taglio americano del 2025 — che difficilmente si sarebbe potuto pianificare come esperimento. Il risultato è una finestra empirica rara su cosa succede davvero quando un grande donatore abbandona il campo dall’oggi al domani.
Per l’Africa subsahariana, dove 600 milioni di persone dipendono dall’agricoltura come principale fonte di reddito e dove la malnutrizione cronica riguarda ancora decine di milioni di bambini sotto i cinque anni, quella finestra mostra uno scenario che gli esperti di sicurezza alimentare temevano ma speravano di non dover misurare.
