Saperi indigeni nelle food policy urbane globali

Claudia Laricchia ha presentato a New York una proposta italiana per integrare i saperi indigeni nei sistemi alimentari urbani

Lo scorso 21 aprile, all’Indigenous Food Policy Summit organizzato da New York Food Policy Center e Hunter College, una ricercatrice italiana ha portato un manifesto inatteso: che le comunità indigene dell’Himalaya orientale possano insegnare qualcosa a Chicago, a Londra, a Milano su come nutrire una città.

Claudia Laricchia, selezionata tra gli esperti invitati al Summit, ha presentato il lavoro sviluppato nell’ambito di Smily Academy — ente del Terzo Settore con sede ad Assam, in India, impegnato nella cooperazione internazionale e nella co-creazione di modelli di eco-impresa con comunità marginali. Il Summit si è tenuto in parallelo con il 25° Permanent Forum on Indigenous Issues delle Nazioni Unite, e ha riunito esperti da più continenti per discutere di politiche alimentari urbane, equità e giustizia alimentare.

Il «fattore indigeno» applicato alle città

Il cuore della proposta è quello che Laricchia chiama «fattore indigeno»: un insieme di pratiche e conoscenze — la cosiddetta Traditional Ecological Knowledge, o Tek — sviluppate da comunità indigene nel corso dei millenni e oggi ignorata dai modelli alimentari delle grandi aree urbane occidentali.

Claudia Laricchia, founder Smily Academy
Claudia Laricchia, founder Smily Academy

L’approccio combina agroecologia, biodiversità, educazione alimentare e modelli comunitari di resilienza. Non si tratta di nostalgia etnografica, ma di applicazioni concrete: come organizzare la produzione, come gestire le risorse, come strutturare la governance locale del cibo.

«Integrare il fattore indigeno nelle food policy delle città del mondo è una scelta strategica», ha detto Laricchia al Summit. «Significa ripensare i sistemi alimentari urbani partendo da ciò che ha funzionato per millenni: equilibrio con gli ecosistemi, uso responsabile delle risorse, centralità della salute».

L’Italia come punto di partenza inaspettato

Che la proposta arrivi dall’Europa — e dall’Italia in particolare — non è scontato. Il lavoro si basa su una collaborazione tra Smily Academy e il Centro di Scienza e Tecnologie alimentari dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, il polo Best4Food: oltre 100 tra ricercatrici e ricercatori distribuiti in nove dipartimenti, sette dei quali classificati come dipartimenti di eccellenza.

Il manifesto ha ottenuto anche il sostegno della rete G100, piattaforma globale da un milione di membri che annovera premi Nobel ed ex capi di Stato.

Le donne e l’accesso alle risorse

Il manifesto è sostenuto da GammaDonna, partner di Smily Academy, che si occupa di imprenditoria femminile nei sistemi economici e produttivi. La questione di genere incrocia direttamente quella alimentare: a livello globale, le donne svolgono un ruolo centrale nella produzione di cibo, eppure hanno un accesso sistematicamente inferiore a terra, finanziamenti e tecnologie.

«Le donne sono già oggi un pilastro dei sistemi alimentari, soprattutto nei contesti più fragili, ma restano ai margini dei processi decisionali e dell’accesso alle risorse», ha dichiarato Valentina Parenti, presidente di GammaDonna.

Un archivio di soluzioni già esistenti

I dati di contesto aiutano a capire la portata della questione. Le comunità indigene rappresentano circa 370 milioni di persone distribuite in oltre 90 Paesi. Custodiscono oltre l’85% della biodiversità del pianeta, pur essendo il 5% della popolazione mondiale.

L’obiettivo del manifesto, nelle parole di chi lo ha scritto, non è importare modelli esotici nelle metropoli occidentali. È riconoscere che certe soluzioni esistono già, che sono state testate per secoli e che finora non sono state cercate nei posti giusti. Smily Academy opera con hub strategici in Benin, Camerun, Ghana, India, Brasile, Stati Uniti e Canada, oltre che in Europa.

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