Il progetto Mai Più Fame di Azione Contro la Fame: 616 famiglie seguite, il 60% ha trovato lavoro o ripreso un percorso formativo
Quattro anni di lavoro, 616 famiglie seguite, 1.850 persone raggiunte. E un dato che rovescia la logica dell’assistenzialismo: per ogni euro investito nel progetto «Mai Più Fame: dall’emergenza all’autonomia», ne tornano due in valore sociale. Lo certifica la valutazione Sroi (Social Return on Investment) condotta da Triadi, spin-off del Politecnico di Milano, presentata pochi giorni fa all’evento Zero Hunger Corporate Lab, organizzato da Azione Contro la Fame in partnership con Il Sole 24 Ore.
Il contesto lo descrivono i dati Istat 2025: 5,7 milioni di persone in povertà assoluta in Italia, 1,3 milioni delle quali sono minori. Circa sei milioni non riescono a permettersi un pasto proteico ogni due giorni. Il caro vita ha peggiorato una situazione già fragile, e quella che era un’emergenza è diventata per molte famiglie una condizione stabile.
Tre linee d’intervento
Il progetto, avviato nel 2022, opera oggi a Milano (quartieri Gallaratese e Sud Milano), Napoli (Forcella e Quartieri Spagnoli) e, dal 2024, a Bari. Ogni anno coinvolge 200 famiglie selezionate tra le situazioni di maggiore fragilità: famiglie numerose con figli piccoli, madri sole, disoccupati di lungo termine, donne vittime di violenza.

L’intervento lavora su tre fronti. Il sostegno immediato alla spesa garantisce tessere alimentari per i bisogni nutrizionali urgenti. L’educazione alimentare, attraverso laboratori, guide e consulenze personalizzate, punta sulle abitudini e sulla riduzione dello spreco domestico. Il terzo asse è l’inserimento lavorativo: percorsi individuali e di gruppo per rafforzare competenze e facilitare l’accesso al mercato del lavoro regolare.
I risultati
Su 616 beneficiari diretti, il 60% ha raggiunto un livello di riattivazione sociale: il 32% ha trovato un impiego regolare, il 18% è tornato a studiare o ha avviato una formazione professionale. Il dato cambia molto tra le città: 71% di riattivazione a Milano, 47% a Napoli. L’83% dei beneficiari sono donne.
Sull’alimentazione, i cambiamenti sono stati misurati attraverso l’Household Dietary Diversity Score (Hdds), salito da 7 all’ingresso a 7,3 al termine del percorso. Più della metà dei partecipanti beve più acqua e ha ridotto il consumo di zucchero. Quasi la metà ha diminuito l’acquisto di prodotti ultra-processati e legge con più attenzione le etichette nutrizionali.
Il calcolo del valore
Triadi ha tradotto questi esiti in termini economici su due dimensioni: l’inserimento lavorativo, con i risparmi pubblici sui sussidi e le entrate fiscali da lavoro regolare, e l’educazione nutrizionale, che genera risparmio sanitario indiretto e riduzione dello spreco alimentare.
Applicando criteri prudenziali — un tasso di attribuzione dell’85%, un progressivo calo nel tempo e un tasso di attualizzazione del 2% su un orizzonte triennale — lo Sroi risultante è 1,91. Il calcolo si riferisce a 400 beneficiari sui 616 totali, selezionati in base alla disponibilità dei dati storici necessari per la proiezione.
«Uno Sroi di 2 non è solo un numero: è la prova che investire nell’autonomia delle persone è più conveniente, per la collettività, che gestire la dipendenza dall’assistenza», ha dichiarato Claudio Di Benedetto, responsabile dell’Innovation & Business Model Transformation Unit di Triadi. «La misurazione lo rende visibile ed evidenzia come progetti di empowerment socioeconomico e culturale generino risparmio per la collettività».
Per Ilaria Adinolfi, coordinatrice dei Programmi di Intervento in Italia di Azione Contro la Fame, il punto centrale resta la differenza tra distribuire cibo e costruire autonomia: «Distribuire cibo non basta. “Mai Più Fame” supporta le famiglie vulnerabili nell’emergenza, ma soprattutto le accompagna verso l’autonomia: attraverso l’educazione alimentare e il sostegno all’inclusione lavorativa. Il 60% di chi ha completato il percorso ha trovato lavoro o ripreso a studiare».
