Prelievi ai minimi da venticinque anni, razionamenti che aumentano e tre famiglie su dieci che non si fidano del rubinetto
Ad Agrigento, nel 2024, l’acqua è arrivata ai rubinetti per 157 giorni. Nei restanti 209 è stata sospesa del tutto. I residenti hanno fatto i conti con le autobotti, i serbatoi di accumulo piazzati per strada, le turnazioni settimanali per zona. Non è un caso limite da manuale: è la fotografia più dura di una crisi idrica che l’Istat ha messo in numeri nel suo focus statistico pubblicato in occasione della Giornata mondiale dell’acqua.
I dati coprono gli anni 2023-2025. Da un lato i prelievi scendono — e in parte è un segnale incoraggiante — dall’altro i razionamenti crescono, la fiducia nell’acqua del rubinetto cala e il settore agricolo segnala difficoltà diffuse. Il quadro non è uniforme: chi vive al Nord raramente ci pensa. Chi vive a Caltanissetta, invece, ha ricevuto una fornitura ogni sette giorni da aprile a dicembre.
Meno acqua prelevata, ma non per i motivi giusti
Nel 2024 in Italia sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile. È il dato più basso degli ultimi 25 anni, con una riduzione del 3% rispetto al 2022. A prima vista sembra una buona notizia. In parte lo è: alcune reti acquedottistiche hanno perso meno acqua, il monitoraggio è migliorato, i consumi si sono assestati anche per effetto del calo demografico.

Ma c’è un’altra lettura. Una parte consistente del calo viene da zone dove l’acqua scarseggiava già: siccità prolungate, invasi che si svuotano, infrastrutture che datano in molti casi del secolo scorso. Se si preleva meno perché si spreca meno, è un progresso. Se si preleva meno perché l’acqua non c’è, il problema è diverso.
L’Italia rimane comunque il paese dell’Unione Europea che preleva più acqua dolce per uso potabile in valore assoluto, davanti a Francia e Germania, entrambe con popolazioni superiori. In termini pro capite, con 150 metri cubi annui per abitante, è seconda solo all’Irlanda. L’84,8% dell’approvvigionamento viene da acque sotterranee — sorgenti e pozzi — una risorsa che non si rigenera rapidamente e che, in alcune aree, mostra già segnali di sovrasfruttamento.
Un milione di italiani razionati, quasi tutti al Sud
Nel 2024 oltre un milione di residenti nei capoluoghi di provincia ha subito misure di razionamento nell’erogazione dell’acqua. L’anno prima erano 760mila. I comuni coinvolti sono passati da 14 a 17, il secondo valore più alto dal 2010, e il numero complessivo di giorni con misure emergenziali è quasi raddoppiato.
Le situazioni più gravi si concentrano in Sicilia, dove la Regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Ad Agrigento l’acqua è stata sospesa per 209 giorni e ridotta per altri 157. A Enna i razionamenti hanno coperto 275 giorni dell’anno. A Vibo Valentia le sospensioni notturne sono avvenute per tutti e 366 i giorni. A Caltanissetta, tra aprile e dicembre, i cittadini ricevevano una fornitura ogni sette giorni, con autobotti a integrare il servizio nei momenti più critici.
Nelle zone colpite si sommano più fattori: infrastrutture vecchie, precipitazioni calate del 18% rispetto alla norma climatologica 1991-2020 nel Sud e nelle Isole, invasi che si svuotano — in Sicilia il livello complessivo è diminuito del 30% nel solo 2024 — e il 2024 che risulta l’anno più caldo mai registrato in Italia a scala nazionale. Non basta un intervento per risolvere una situazione del genere.
Il rubinetto non convince: quasi tre famiglie su dieci non ci si fidano
Nel 2025, il 29,9% delle famiglie italiane dichiara di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto. In Sicilia la quota supera il 57%, in Sardegna il 52%, in Calabria il 44,6%. Al Nord-est ci si ferma al 19,6%.
Una parte di questa sfiducia è giustificata dall’esperienza diretta: dove l’acqua arriva a singhiozzo o con interruzioni frequenti, è difficile considerarla sicura. Ma in molte zone del centro-nord l’acqua di rete è controllata continuamente e perfettamente potabile. Comprare acqua in bottiglia ha costi economici e ambientali che l’acqua di rete non ha: ogni bottiglia prodotta, trasportata e smaltita pesa.
Nel 2025 il 10,2% delle famiglie ha riscontrato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua, 1,5 punti percentuali in più rispetto al 2024. Oltre due terzi di queste famiglie vivono nel Mezzogiorno. In Calabria il dato raggiunge il 37,3%, con un aumento di 7,4 punti in un solo anno. Quattro famiglie su dieci ritengono troppo alti i costi dell’acqua — un giudizio diffuso soprattutto nelle Isole (54,4%) e nel Centro-Sud.

L’agricoltura senz’acqua
Il settore agricolo porta il peso della crisi in modo diretto. Nel 2024, oltre il 91% degli agricoltori italiani ha segnalato difficoltà legate all’irrigazione. Nel Mezzogiorno la quota sale al 97,5% al Sud e al 98,8% nelle Isole, con il 99,2% in Sicilia: praticamente la quasi totalità.
Su 3,575 milioni di ettari di superficie agricola irrigabile, nell’annata agraria 2022-2023 ne sono stati irrigati effettivamente 2,193 milioni — il 18% della superficie agricola utilizzata complessiva. Chi non ha accesso all’acquedotto o ai consorzi irrigui si arrangia: al Centro il 69,2% delle superfici irrigate attinge da fonti proprie, al Sud il 49,8%.
A fare più fatica sono le piccole aziende, quelle sotto i 10 ettari, che rappresentano il 58,9% di quelle con problemi irrigui a livello nazionale e il 72,2% al Sud. Le grandi aziende incidono solo per il 5,9%. Tra chi investe per rispondere alla crisi, il 48% delle piccole imprese destina risorse all’efficientamento della gestione idrica — spesso per tamponare un’emergenza già in atto, non per una scelta strategica preventiva. Gli agricoltori del Mezzogiorno si muovono soprattutto in questo modo. Quelli del Nord e del Centro tendono invece a investire con un orizzonte più lungo, puntando su produttività e riduzione delle emissioni.
L’acqua minerale: un mercato florido con un conto nascosto
Nel 2023 sono stati prelevati quasi 19 milioni di metri cubi di acque minerali naturali a fini produttivi, un volume stabile rispetto all’anno precedente. La Lombardia guida con 3,8 milioni di metri cubi, il Piemonte segue con 3,3 milioni: insieme coprono il 37,5% dell’estrazione nazionale.
L’83,3% degli italiani sopra gli 11 anni consuma almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno. L’Umbria è la regione con il consumo più alto (92,1%), Bolzano quella con il più basso (53,9%). Il mercato dell’acqua in bottiglia non dà segnali di arretramento, ma ogni litro confezionato, refrigerato, trasportato e smaltito ha un impatto ambientale che l’acqua di rete — dove funziona — non produce.
I numeri dicono che qualcosa non quadra
Il trend generale dei prelievi è migliorato rispetto a vent’anni fa. Alcune reti idriche sono più efficienti. Il settore della gestione delle acque reflue e dell’acqua nel 2023 ha prodotto beni e servizi per 15 miliardi di euro e generato un valore aggiunto di 6,2 miliardi. Gli investimenti ci sono.
Ma l’Italia resta il maggior consumatore europeo di acqua potabile, le reti perdono ancora quantità significative prima che l’acqua arrivi a destinazione, e oltre un milione di italiani nel 2024 ha trascorso giorni interi senza erogazione. In un anno record per le temperature e con le precipitazioni in calo strutturale al Sud, il sistema regge a fatica dove è più vecchio e più fragile.
L’acqua che esce dal rubinetto — quando esce — è il risultato di infrastrutture, investimenti, precipitazioni e, in qualche misura, delle abitudini di consumo di tutti. Sprecarla meno non è un gesto simbolico: nei territori dove scarseggia davvero, è già una questione concreta.
