L’Accademia della Vite e del Vino riunisce esperti a Firenze per discutere nuove strategie contro malattie e cambiamenti climatici
Mentre stappiamo una bottiglia, raramente pensiamo al lavoro che c’è dietro. Non parliamo solo della vendemmia o dell’affinamento in cantina, ma di qualcosa che avviene molto prima: la ricerca sui vitigni. È un lavoro silenzioso, fatto di laboratori e vigneti sperimentali, che sta ridisegnando il futuro del vino italiano.
Il prossimo 17 dicembre, nella storica sede dell’Accademia dei Georgofili a Firenze, si chiuderà il 76° anno dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino con un incontro dedicato proprio a questo: come si migliora geneticamente la vite per farla resistere alle sfide di oggi.
Un patrimonio da proteggere (e far evolvere)
L’Italia vanta una biodiversità viticola unica al mondo. Centinaia di varietà autoctone che raccontano storie di territori, tradizioni e secoli di selezione naturale. Ma questo patrimonio oggi è sotto pressione: malattie fungine sempre più aggressive, cambiamenti climatici che alterano i cicli produttivi, necessità di ridurre l’uso di fitofarmaci.

La risposta non è solo guardare al passato. Serve innovazione, serve capire come aiutare i nostri vitigni ad adattarsi senza perdere la loro identità. È questo il tema centrale dell’incontro fiorentino, che metterà a confronto metodi tradizionali e nuove tecnologie.
Cosa si sta facendo concretamente
Durante la giornata di studio verranno presentate diverse strategie. Si parlerà di nuove varietà resistenti alle malattie, quelle che stanno già entrando in alcuni vigneti italiani e che promettono di ridurre drasticamente i trattamenti chimici. Poi ci sono le tecnologie di evoluzione assistita, strumenti che permettono di accelerare processi che in natura richiederebbero decenni.
Non mancano le questioni pratiche e normative: come si tutelano legalmente i risultati di questa ricerca? Come si valorizzano commercialmente? Sono domande che riguardano direttamente chi produce vino, ma anche chi lo beve e lo acquista.
All’incontro interverranno ricercatori universitari, rappresentanti dei vivaisti che producono le barbatelle, presidenti di associazioni di vignaioli e istituzioni regionali. Un confronto a più voci che servirà a capire dove stiamo andando.
L’Accademia Italiana della Vite e del Vino, che organizza l’evento insieme all’UNASA, è attiva dal 1949 e conta oggi oltre 550 membri. In 75 anni ha organizzato più di 340 incontri scientifici toccando tutti i temi caldi del settore.
Il vino è protagonista nella cucina italiana
Non è un caso che queste riflessioni sul futuro della vite arrivino proprio mentre la cucina italiana è stata riconosciuta Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO. L’Accademia Italiana della Vite e del Vino ha partecipato alle celebrazioni di Roma, e il suo presidente Rosario Di Lorenzo ha sottolineato un concetto semplice ma centrale: non esiste cucina italiana senza vino.

Non parliamo solo di abbinamenti gastronomici. Il vino è parte della nostra identità rurale, ha plasmato i paesaggi, le economie locali, il modo stesso di stare a tavola. Quando tuteliamo i vitigni, quando li aiutiamo ad adattarsi alle sfide moderne, stiamo proteggendo un pezzo della nostra cultura materiale. Quella stessa cultura che l’UNESCO ha deciso di celebrare.
Tradizione e futuro
I consumatori cercano autenticità e tradizione nel vino, ma la tradizione, per sopravvivere, ha bisogno di evolversi. I viticoltori di cento anni fa non avevano a che fare con le malattie di oggi, né con estati così calde.
Il vino che berremo tra dieci anni potrebbe provenire da vitigni un po’ diversi, più forti, più adatti al loro ambiente. E questo non è tradire la tradizione, è permetterle di continuare.
L’incontro di Firenze è un’occasione per capire che dietro ogni bottiglia c’è un mondo di ricerca e innovazione. Un mondo che lavora, ogni giorno, per farci continuare a brindare con vini buoni, sani e sostenibili.
