Unobravo ha sondato 1.734 italiani: il 71,9% mangia per conforto ogni settimana e il 41,6% si sente in colpa subito dopo
Il cibo come risposta allo stress, alla noia, alla stanchezza di fine giornata. Non come piacere gastronomico, ma come valvola di sfogo. È quanto emerge dal report sul “comfort eating” pubblicato nel 2026 dal Data Lab di Unobravo, piattaforma italiana di psicologia online, che ha intervistato 1.734 adulti su come le emozioni condizionino le abitudini a tavola.
Il dato più netto: il 71,9% degli italiani dichiara di mangiare per ragioni emotive, e non per fame fisiologica, almeno una volta a settimana. Il 14,5% lo fa ogni giorno.
Un meccanismo quotidiano, non occasionale
La ricerca distingue chi ricorre al comfort eating raramente da chi ne ha fatto un’abitudine strutturata. Il 35,7% degli intervistati lo pratica più volte a settimana; solo il 3,5% afferma di non farlo mai. In termini pratici, quasi l’intera popolazione campionata ha sperimentato il cibo come strumento per regolare il proprio stato emotivo.

Le differenze demografiche sono significative. Le donne risultano più inclini al comportamento: il 52% riferisce episodi frequenti (più volte a settimana), contro il 41% degli uomini. L’abitudine quotidiana raggiunge il picco nella fascia 45-60 anni, al 21%, quasi il doppio rispetto agli under 30.
C’è anche una correlazione con le diete croniche: solo il 5,9% di chi non ha mai seguito una dieta mangia quotidianamente per conforto, mentre tra chi l’ha fatto più volte nella vita la percentuale sale al 24,3%.
Lo stress lavorativo è il primo motore
Tra i trigger emotivi, lo stress guida la classifica con il 27,7% delle preferenze. Seguono la noia (19%) e la tristezza (14,6%). L’ansia si ferma al 9,1%, mentre l’8,4% associa il comfort eating a momenti di felicità e celebrazione: un dato che allarga il fenomeno oltre la sfera del disagio.
I trigger cambiano con l’età. I giovani sotto i 30 anni citano la noia nel 23,9% dei casi; chi è tra i 30 e i 44 anni punta il dito sullo stress nel 30% delle risposte. La lettura generazionale è abbastanza lineare: i più giovani mangiano per riempire il vuoto, la fascia intermedia per scaricare la pressione accumulata.
Sul piano delle situazioni di vita, lo stress lavorativo emerge come il fattore situazionale più citato, con il 31,4% delle risposte. A seguire, i problemi relazionali al 20,6%. L’isolamento sociale pesa di più sui giovani (11,6% sotto i 30 anni), mentre i problemi familiari diventano il trigger principale per chi ha oltre 60 anni, con un picco del 27,8%.

Il paradosso del sollievo che non arriva
Il punto più rivelatore della ricerca riguarda quello che succede dopo. Il 41,6% degli intervistati dichiara di sentirsi in colpa una volta finito di mangiare. Il conforto cercato arriva davvero solo nel 19,7% dei casi; il 9% si sente rilassato; il 5,2% prova vergogna. La gioia dura nel 4,4% delle risposte.
Il meccanismo si avvita su se stesso con la frequenza: tra chi mangia per conforto raramente, il senso di colpa post-pasto riguarda il 29,5% dei casi. Tra chi lo fa ogni giorno, la percentuale sale al 53,6%. Più il comportamento è abituale, più il peso psicologico che ne deriva aumenta.
C’è anche una sfumatura di genere: gli uomini riferiscono di sentirsi rilassati dopo l’episodio nel 12,2% dei casi, contro l’8,3% delle donne. Le donne tendono a interpretare il comfort eating come un meccanismo di difesa (28,5%), più che come ricompensa (20,5%).
Il cibo batte persino i social media
La ricerca ha rilevato anche i comportamenti più comuni adottati dagli italiani in risposta allo stress. Il comfort eating è al primo posto con il 58,2% delle risposte; lo scorrere compulsivo dei social media segue al 54,4%. Guardare serie tv o film arriva al 41,5%. Parlare con amici e familiari scende al 35,5%; l’esercizio fisico si ferma al 21,2%, la meditazione al 10,3%.
Il divario generazionale sui social è netto: il 63,6% degli under 30 li usa come valvola di sfogo contro il 14,8% degli over 60. L’esercizio fisico, invece, perde quota con l’età: è scelto dal 23,7% dei più giovani, ma scende al 14,8% nella fascia over 60.
L’immagine corporea aggrava il circolo
Il report dedica una sezione alla percezione del proprio corpo, che si conferma un fattore strettamente legato alla frequenza del comfort eating. Il 39,7% degli italiani si dichiara «non molto soddisfatto» della propria immagine corporea; il 12,7% è «estremamente insoddisfatto». Solo l’1,7% si dice «estremamente soddisfatto».
Il legame con le abitudini alimentari è diretto: il 35% di chi si sente estremamente insoddisfatto del proprio corpo mangia per conforto ogni giorno. Tra chi è abbastanza soddisfatto, la percentuale scende al 6,6%.
Il meccanismo che ne emerge è circolare: l’insoddisfazione spinge a cercare sollievo nel cibo, che a sua volta alimenta il senso di colpa, che aggrava l’insoddisfazione. Il report lo definisce un «ciclo di feedback» difficile da interrompere senza un intervento sulle cause a monte.
Un’abitudine privata, in gran parte invisibile
L’80% degli episodi di comfort eating avviene a casa. Solo il 5,7% si verifica prevalentemente al lavoro — dato che si concentra nella fascia 30-44 anni, la stessa che riporta i picchi di stress lavorativo. La dimensione domestica e privata del fenomeno lo rende meno visibile socialmente, ma non meno diffuso.
