Nel 2024, 8,2 milioni di italiani bevono in modo rischioso: il rapporto Iss racconta come le abitudini alcoliche siano cambiate
Trentasei milioni di italiani hanno bevuto alcolici nel 2024 — il 76,7% degli uomini e il 57,1% delle donne con più di 11 anni. È il dato di partenza del rapporto epidemiologico annuale Istisan presentato dall’Osservatorio nazionale alcol (Ona) dell’Istituto superiore di sanità (Iss) in occasione del workshop internazionale «Alcohol Prevention Day — XXV edizione», lo scorso 15 aprile a Roma.
Il quadro generale è quello di un Paese che beve ancora molto, ma in modo diverso rispetto a dieci anni fa. I consumi quotidiani ai pasti, quelli legati alla tradizione mediterranea, cedono terreno. Al loro posto avanzano modalità più problematiche: il bere fuori pasto e, soprattutto, il binge drinking.
Il vino resta la bevanda del rischio, ma il bere cambia forma
Tra i 36 milioni di consumatori, 8,2 milioni — il 21,8% dei maschi e il 9,1% delle femmine — hanno bevuto in quantità e frequenza tali da compromettere la salute. Sono i cosiddetti consumatori a rischio. Tra loro, 730.000 hanno già sviluppato danni fisici o mentali alcol-correlati e avrebbero bisogno di un trattamento clinico. Di questi, però, solo l’8,3% è preso in carico dal Servizio sanitario nazionale.
Il vino rimane la bevanda di riferimento per il rischio nella fascia degli over 65, sia tra gli uomini che tra le donne. Ma tra i giovani il panorama è cambiato: tra i 18 e i 24 anni, birra (64,9%) e aperitivi alcolici (64,3%) dominano tra i maschi, mentre tra le femmine prevalgono gli aperitivi (58,4%) seguiti dalla birra (41,9%).

Binge drinking in forte ascesa, specie tra le donne
Il dato che preoccupa di più gli esperti dell’Ona è la crescita del binge drinking — il bere per ubriacarsi — in un segmento storicamente meno esposto: le donne. In dieci anni, la quota femminile è passata dal 2,5% al 4,6%, un aumento dell’84%. Negli uomini la crescita c’è, ma più contenuta: +24% nello stesso periodo.
Nel 2024 il binge drinking riguarda 4 milioni e 450.000 persone in totale. Di queste, 79.000 hanno meno di 18 anni. È un fenomeno nato nei Paesi del Nord Europa che ha preso piede in modo stabile anche nei Paesi mediterranei.
I consumi fuori pasto crescono a ritmo sostenuto, in particolare tra le donne (24,6%), con un aumento del 49,3% rispetto al 2014. Tra le consumatrici, 1 milione e 250.000 dichiarano di bere con l’obiettivo di ubriacarsi.
Giovani e anziani: le fasce più esposte
Tra gli 11 e i 24 anni, i consumatori a rischio sono 1,27 milioni, di cui 580.000 minorenni. Il binge drinking nella stessa fascia riguarda 730.000 persone, l’11,1% dei maschi e il 6,9% delle femmine. Tra le ragazze minorenni (11-17 anni), il 13,3% rientra già nella categoria a rischio.
Claudia Gandin, ricercatrice dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss, indica gli anziani come uno dei fronti meno presidiati: «Particolarmente critica risulta la situazione della popolazione anziana, uno dei target meno raggiunti dalle attività di prevenzione. In questa fascia si registra la quota più elevata di consumatori dannosi (2,34% tra i maschi e 1,19% tra le femmine over 65), spesso non intercettati dai servizi e dai professionisti del Servizio sanitario nazionale».
Gli ultra 65enni a rischio sono 2 milioni e 450.000 (il 26,9% dei maschi e il 6,3% delle femmine). I consumi fuori pasto sono aumentati del 22% negli uomini e dell’80,7% nelle donne rispetto al 2014, allontanando questa fascia dal modello mediterraneo.
La risposta del sistema sanitario: ancora insufficiente
L’Ona sta lavorando, su incarico del Ministero della Salute, a un approccio chiamato Ipib — Identificazione precoce e intervento breve — per formare il personale del Ssn a intercettare i consumatori a rischio prima che i danni diventino conclamati. Allo stato attuale, solo 1 persona su 12 con già un danno alcol-correlato accede ai servizi.
Il punto è che il problema non è solo quante persone bevono, ma come e quando. Il calo dei consumi tradizionali legati al pasto — tendenza documentata da anni nei dati sul vino da tavola — non si traduce automaticamente in una riduzione del danno. Anzi: la disconnessione dall’occasione del pasto sposta il consumo in contesti meno controllati, con pattern più intensi e meno prevedibili.
