Non Veronelli, non Petrini: nel 1957 Mario Soldati percorse la Valle del Po con una cinepresa Rai e documentò il cibo e il vino
Riscrivere la storia? Tutti hanno, giustamente, commemorato e glorificato il “Petrini” per il suo lavoro, le sue idee e per come le ha portate avanti. Ma, c’era una volta Mario Soldati da Torino, regista, scrittore, sceneggiatore e fu sicuramente il primo giornalista enogastronomico italiano.
Partì da Torino nell’anno 1957 per realizzare i primi documentari enogastronomici televisivi prodotti dalla Rai a titolo: “Viaggio nella Valle del Po”. Con il suo basco, gli inconfondibili occhiali, la pipa, quel suo vestito da dandy, iniziò a raccontare, per amore della sua terra, i suoi contadini, i loro abiti, le loro feste, i dialetti, una infinita galleria di volti e mestieri e memorie. [Su RaiPlay è disponibile alla visione l’intera serie].

Naturalmente partì dal Monviso e dalle sorgenti del Po realizzando indimenticabili immagini in bianco e nero. Immagini che raccontano l’Italia che non ci sarà più, un reportage sulla scomparsa di una civiltà, quella contadina, e l’apparire dell’era moderna: gli inizi degli anni ’60 o l’era del “Boom”, l’industrializzazione.
Avendo insegnato in America percepì che il “cambiamento” era in marcia e capì che non si poteva fermare. Riprende con la cinepresa: i contadini, artigiani, produttori, le tradizioni, i riti, le osterie, il bere e il mangiare dell’Alta e Bassa pianura padana.
Grazie alla Rai documenta, per primo, il vino, i prodotti della terra, la cucina del Bel Paese. Molto prima di “Gino” il Veronelli che lo imiterà nell’impresa nell’anno 1977 con la trasmissione “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” accanto all’attrice Ave Ninchi.
L’amore condiviso per il mare, l’amica Elvira del Rosso, la scogliera di Tellaro, negli anni ’80 sono stati complici di alcune indimenticabili chiacchierate tra di noi. Mario Soldati ci ha lasciato film, regie teatrali, libri, scritti, vademecum, articoli, moltissimo sul cibo, sul vino. Un lavoro che è stato alla base di ogni successivo movimento enogastronomico in Italia, un lavoro “pionieristico” che non deve essere dimenticato perché racchiude uno spirito che difficilmente potrà essere replicato ai giorni nostri.
