Un territorio segnato dal terremoto del 2016 che non ha mai smesso di guardare al futuro. Oggi molti dei suoi salumi e formaggi sono tornati in vendita, ma la burocrazia rende difficile la ricostruzione dei paesi

Salumi di suino, rigorosamente di razza nazionale, come recita con orgoglio l'etichetta. Accanto, una lunga serie di insaccati, di suino, di pecora, di capra. Poi i formaggi: dal Pecorino stagionato fatto apposta per la pasta all’amatriciana, da provare anche con una confettura pere e cannella, ai Fiocco e Montano, sino ad arrivare al Pecorino stagionato tre anni, contraddistinto dalla caratteristica etichetta nera. Una tavolata di prodotti tipici del territorio di Amatrice, una delle tante aree d’eccellenza enogastronomica che il mondo ci invidia.

C’è stata una gara di solidarietà, ma molti progetti di recupero sono bloccati dalla burocraziazia

Tutti i prodotti esposti sono presentati da Pietro Pinelli. Non è di Amatrice, viene dal Molise, ma ha sposato una amatriciana pura. Il suo lavoro è girare l'Italia per mostrare i prodotti di quella terra, delle sue montagne e colline, dei suoi pastori, allevatori e contadini. Una terra e una gente duramente colpiti dal terremoto che dalla tarda estate del 2016 – esattamente dal 24 agosto – ha trasformato Amatrice, i suoi borghi, le sue frazioni, in rovine. Un disastro che ha cambiato molte usanze secolari.

«Molti alpeggi e molte stalle sono state ricostruite, o costruite nuove quando necessario – ha spiegato Pinelli – La transumanza, però, molti la fanno verso il mare, verso le colline marchigiane, verso Ascoli, dove hanno trovato ospitalità e rifugio per i mesi invernali».

Una ripresa lenta, partendo dal quasi azzeramento dei primi tempi dopo il terremoto.

«Dopo la ricostruzione delle stalle e degli alpeggi – ha continuato – la produzione di formaggi e salumi, e prodotti vari, è ripresa. La gente, però, vive ancora nelle baracche, nei container. I paesi sono in rovina: macerie e detriti non sono stati spostati».

Non è mancata la solidarietà della gente. E nemmeno delle associazioni. Mentre parliamo, vengono a trovarlo due cuochi: sono di una associazione nazionale, come organizzazione hanno già fatto molto, ma vorrebbero fare ancora di più, chiedono a Pietro informazioni e il biglietto da visita. «Altri hanno chiesto di avere contatti per fare qualcosa», dice.

Il nodo è la burocrazia: «Sindaci, assessori, non possono fare nulla. Tutto dipende dai ministeri».

La burocrazia è una zavorra che non si riesce a gettare via, ma il lavoro continua, nonostante tutto. Il lavoro di chi produce questi favolosi formaggi e insaccati, e di chi, come Pietro, gira l'Italia, di fiera in fiera, per mostrarli, per stringere accordi e contratti. Perché nulla ferma il lavoro di questa gente, non il terremoto, e tanto meno i burocrati.