Shrinkflation e skimpflation: la spesa nascosta che pesa

Dal 15 luglio in vigore le nuove norme contro le confezioni rimpicciolite, ma resta scoperto il fronte della qualità ridotta

Nei supermercati italiani si aggira un nemico che non si vede a occhio nudo: non alza i prezzi in etichetta, ma restringe le confezioni o assottiglia la qualità di quello che finisce nel carrello. Da ieri, 15 luglio, l’Italia ha una norma pensata per stanarlo, almeno in una delle sue forme: le nuove regole contro la shrinkflation impongono a chi riduce il contenuto di una confezione di dichiararlo lungo la filiera commerciale. Il Codacons le ha accolte con freddezza, giudicandole già indebolite rispetto alle prime versioni.

Il caso dei gelati: dove finisce l’inflazione e dove inizia il trucco

Secondo i dati Istat elaborati da Altroconsumo, i prezzi dei gelati confezionati sono cresciuti del 39,6% in cinque anni, con una prima accelerazione del 13% nel 2022 e un ulteriore balzo del 16% nel 2023. Il ritmo ha superato quello dell’inflazione alimentare media, che in quei due anni si è fermata rispettivamente all’8,8% e al 9,8%.

L’associazione dei consumatori attribuisce i rincari a più fattori insieme: la crisi energetica, il costo delle materie prime — cacao in testa — e, solo in parte, la shrinkflation vera e propria. Non tutti i marchi hanno ridotto i formati: il Magnum Classic è passato da 79 a 75 grammi, la Coppa del Nonno da 72 a 65 grammi, il Maxibon da 102 a 96 grammi. Tradotto in prezzo al chilo, gli aumenti reali arrivano al 32% per il Magnum, al 38% per la Coppa del Nonno e al 53% per il Maxibon.

Altri prodotti, invece, sono rincarati senza toccare la porzione. Il Cornetto Algida costa oggi il 59% in più al chilo pur mantenendo lo stesso peso: secondo Altroconsumo il rialzo è legato anche a una riformulazione della ricetta, con il burro sostituito da grasso di cocco, uno degli oli vegetali più economici sul mercato.

Consumatore legge etichetta al supermercato

Perché il prezzo al chilo racconta una storia diversa dallo scontrino

Il problema, spiega Altroconsumo, è che i formati non sono comparabili tra loro. Il Cornetto Algida si trova in confezione da sei pezzi da 75 grammi oppure da otto pezzi da 60 grammi: la prima costa 13,32 euro al chilo, la seconda 14,50 euro, nonostante il pacco sembri più conveniente perché contiene più pezzi. Il consiglio dell’associazione resta uno solo: guardare il prezzo al chilo o al litro, non quello della confezione.

Per Altroconsumo, comunque, la shrinkflation da sola non basta a spiegare la crescita straordinaria dei prezzi dei gelati: i prodotti che hanno effettivamente ridotto il formato sono una minoranza. Il grosso dell’aumento arriva da un’inflazione più ampia, meno visibile e più difficile da isolare voce per voce.

Le nuove norme: cosa cambia dal 15 luglio

Il decreto legislativo «Misure di contrasto alle prassi commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati» era stato notificato dal Mimit alla Commissione europea il 15 aprile. Il termine di tre mesi entro cui Bruxelles poteva sollevare obiezioni è scaduto il 15 luglio: in assenza di rilievi, il provvedimento si intende approvato.

La norma sostituisce l’articolo 15-bis del Codice del consumo, introdotto nel 2024 con il Ddl Concorrenza e poi bloccato da una procedura d’infrazione dell’Unione europea, avviata nel marzo 2025 per violazione della direttiva sulla trasparenza del mercato unico. Il testo originario prevedeva un’etichetta diretta in confezione, con la dicitura «Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità». Quell’obbligo, nella versione approvata, è sparito.

Al suo posto arriva un sistema di comunicazione lungo la filiera: produttori e distributori dovranno segnalare ai rivenditori la riduzione della quantità e la percentuale di aumento del prezzo che ne deriva, informazioni poi da rendere disponibili ai consumatori nei punti vendita fisici o sui canali digitali. L’obbligo, inoltre, dura tre mesi dalla data di immissione in commercio del prodotto nella nuova quantità, contro i sei mesi previsti dalle prime bozze. Restano esclusi i casi in cui la riduzione sia accompagnata da una riformulazione che migliori la resa o l’efficacia d’uso del prodotto, mantenendo invariato il valore complessivo per chi acquista.

Shrinkflation e skimpflation

Un mercato da 120 miliardi di euro

Secondo le stime del Codacons, la shrinkflation riguarda il comparto dei beni di largo consumo, che in Italia vale circa 120 miliardi di euro l’anno, e genera aumenti occulti dei prezzi compresi mediamente tra il 10% e il 18%, con punte fino al 40%. Tra i prodotti più colpiti figurano cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite, ma il fenomeno interessa anche detersivi, carta igienica, bagnoschiuma, shampoo e dentifrici.

Non esiste, però, una misura ufficiale dell’impatto reale sulle tasche delle famiglie: l’Istat non rileva la shrinkflation in modo specifico all’interno del paniere che serve a calcolare l’inflazione. Il Codacons ha provato a stimarlo comunque, ipotizzando un effetto minimo dello 0,1% annuo sui prezzi dell’intero paniere dei beni di largo consumo: il conto per le famiglie italiane, negli ultimi quindici anni, ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro.

Skimpflation, la parola nuova per un vecchio trucco

Mentre la shrinkflation è entrata, seppur in forma attenuata, sotto una normativa specifica, il Codacons segnala un secondo fenomeno che la nuova legge non tocca: la skimpflation. Il termine, coniato nel 2021 dal programma radiofonico statunitense Planet Money della NPR, descrive la scelta di abbassare la qualità delle materie prime o dei servizi offerti mantenendo invariato il prezzo al pubblico, invece di aumentarlo apertamente.

Nel settore alimentare, gli esempi più citati riguardano la sostituzione del burro o dell’olio d’oliva con oli più economici come quello di palma o la margarina, delle uova fresche con tuorli e albumi in polvere o liquidi, della carne nei sughi pronti con addensanti e acqua. Il fenomeno si estende anche alla ristorazione e all’ospitalità, con porzioni più piccole nei piatti, colazione a pagamento nelle strutture ricettive o pulizie meno frequenti nelle camere d’albergo.

A differenza della shrinkflation, la skimpflation non tocca la quantità dichiarata in etichetta, quindi resta più difficile da individuare e, per ora, non è oggetto di alcun obbligo di trasparenza specifico né in Italia né a livello europeo.

La differenza che conta per chi fa la spesa

Le due pratiche condividono lo stesso meccanismo di fondo: spostare l’aumento del costo su una variabile diversa dal prezzo esposto a scaffale, che resta il primo — spesso l’unico — dato che un consumatore osserva davanti al banco frigo. La shrinkflation lo fa riducendo la quantità; la skimpflation, riducendo la qualità della materia prima o del servizio.

Le nuove regole in vigore dal 15 luglio intervengono soltanto sul primo fronte, e con uno strumento — la comunicazione lungo la filiera commerciale invece dell’etichetta diretta — che le associazioni dei consumatori giudicano meno immediato da consultare rispetto a un avviso ben visibile sulla confezione. Sul secondo fronte, quello delle ricette cambiate senza dichiararlo, non esiste al momento alcun obbligo informativo dedicato.

spot_img

Ultimi Articoli

Il nuovo frigorifero Miele aiuta a sprecare meno cibo

Telecamere interne, umidità controllata e filtro antiodori: i due...

A Mantova le Regioni europee chiedono più peso per Dop e Igp

La Dichiarazione di Mantova porta a Bruxelles sei priorità...

Carne bovina, l’Italia ne produce meno della metà

Confagricoltura e Uniceb firmano un protocollo d'intesa per rilanciare...

Fruit Attraction 2026: l’ortofrutta tra costi e clima

Alla fiera di Madrid il settore dell’ortofrutta europeo ha...