Meno culle, meno carrelli: l’Italia che cambia tavola

Denatalità e anziani soli ridisegnano il carrello: monoporzioni, functional food e silver economy al centro del food italiano

Unione Italiana Food ha convocato la propria Assemblea annuale con un ordine del giorno che non riguarda direttamente il cibo: la denatalità. Il motivo è semplice quanto scomodo: il calo delle nascite sta già cambiando chi compra, cosa compra e in quale formato. L’industria alimentare lo sa e sta riorganizzando scaffali, linee di prodotto e strategie di export di conseguenza.

Dal 2008 l’Italia ha perso il 35,8% delle nascite. Entro il 2050, secondo le proiezioni Istat, la popolazione scenderà a 54,7 milioni: un italiano su tre avrà più di 65 anni, quattro famiglie su dieci saranno composte da una persona sola. La fascia in età lavorativa perderà 7,7 milioni di persone.

Sono numeri che le 530 aziende associate a Unionfood, 62 miliardi di fatturato nel 2025, 25 miliardi di export, oltre 100.000 occupati, non possono permettersi di ignorare.

 

Il carrello che tramonta

Per decenni il centro di gravità del supermercato italiano è stato la famiglia tradizionale: nuclei numerosi, grandi formati, acquisti settimanali, consumo condiviso. Quel modello è già in crisi. Il tempo dedicato alla cucina si è ridotto del 13% rispetto al 2019. I nuclei si restringono. La spesa si fa più spesso e in quantità minori.

La risposta dell’industria è già visibile sugli scaffali: crescita strutturale delle monoporzioni e dei mini-pack, piatti pronti di qualità, prodotti ready-to-use. Non è una moda, è un adeguamento demografico.

Nel caffè, la capsula, già scelta dall’88% degli over 65, è diventata la risposta naturale a chi vive solo: dose perfetta, zero sprechi, ritualità conservata. Il mercato vale 5,9 miliardi di euro, con un export cresciuto del 24,5% a valore nel 2025.

Nei surgelati, oltre un milione di tonnellate consumate nel 2025 raccontano la convergenza tra praticità, azzeramento degli sprechi e qualità nutrizionale che cercano single e anziani. Il prossimo passo, già realtà in Giappone e nel Nord Europa, sono linee con texture modificata, ridotto sodio e alta densità nutrizionale per la terza età.

Il nuovo protagonista: il consumatore silver

Il consumatore che cresce di più non è il giovane millennials dei comunicati stampa di dieci anni fa. È l’over 65, con più tempo, più attenzione alle etichette e più disponibilità a spendere per qualità e benessere. Un profilo che Unionfood conosce bene e che i suoi 26 comparti stanno già intercettando.

Gli integratori valgono 5,1 miliardi di euro nel 2025 (+3,4%), con l’Italia che rappresenta il 26% del mercato europeo del settore. Crescono le vitamine (+9,9%), i prodotti per le vie urinarie (+9,3%), quelli per il sonno e il benessere mentale (+6,4%). Le proiezioni indicano 7,55 miliardi al 2030, con un tasso di crescita annuo del 9%.

Le preparazioni alimentari — brodi, minestre, sughi, zuppe — si avviano verso quello che il settore chiama «food as medicine» in formato quotidiano: zuppe proteiche, minestre ad alto valore nutrizionale per la terza età. Un territorio oggi presidiato in parte dalla farmacia, che il cibo potrebbe occupare con un vantaggio competitivo preciso: il piacere della tavola.

Anche la pasta, simbolo identitario difficile da scalfire, si adatta: varianti funzionali senza glutine, arricchite con proteine, fibre e omega-3, che aprono nuovi mercati senza rinunciare all’identità del prodotto.

Anziani al supermercato

Meno nascite, meno operai: il problema che non si vede

C’è un secondo effetto della denatalità che riguarda le aziende più direttamente: la difficoltà a trovare personale. La difficoltà di reperimento di operai specializzati supera il 50% in diverse aree del Paese. Nel 2024, oltre 93.000 italiani tra i 18 e i 39 anni hanno lasciato l’Italia.

Nelle aree dove l’industria alimentare è più radicata, a partire dal Mezzogiorno, il rischio è un circolo vizioso: meno nascite, meno forza lavoro, spopolamento delle comunità, ridimensionamento delle filiere locali.

Un’indagine condotta da Unionfood su un campione di aziende associate fotografa un settore che si è già mosso: congedi parentali rafforzati fino al 100% della retribuzione, programmi strutturati di rientro post-maternità, smart working, welfare aziendale integrato. Quasi otto imprese su dieci indicano però la decontribuzione strutturale per maternità e paternità come intervento pubblico prioritario, senza il quale le misure aziendali restano parziali.

Paolo Barilla, presidente di Unione Italiana Food
Paolo Barilla, presidente di Unione Italiana Food

Le richieste alle istituzioni

«Le nostre aziende si sono già mosse sui congedi, sul welfare, sulla flessibilità — ha detto Paolo Barilla, Presidente di Unione Italiana Food, all’Assemblea — Ma da soli non si chiude il cerchio. Abbiamo bisogno che lo Stato costruisca con noi un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutra per le imprese».

Le richieste sono due. La prima riguarda le imprese: decontribuzione strutturale per i periodi di maternità e paternità, incentivi per la stabilizzazione dei lavoratori genitori, premialità per le aziende family friendly. La seconda guarda alle infrastrutture sociali: più posti negli asili nido, orari scolastici compatibili con i tempi di lavoro. Senza questa rete, qualsiasi incentivo economico alla natalità resta strutturalmente incompleto.

Il demografo Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi, ha sintetizzato la situazione in modo netto all’Assemblea: «Su questo l’Italia è quasi sempre in una situazione eccezionale. Queste situazioni da record sono sfide ma anche opportunità per chi opera nell’eccezionale situazione italiana».

Opportunità, appunto. Il paradosso della denatalità è che l’industria italiana, adattandosi a un mercato interno che invecchia e si contrae, potrebbe sviluppare soluzioni di prodotto valide anche per Francia e Germania, paesi dove la stessa transizione demografica si presenterà nei prossimi anni. Un vantaggio competitivo costruito per necessità, ma esportabile.

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