La politica dell’incertezza: dazi, guerra e agroalimentare italiano

Dazi Usa al 15% e vino italiano giù del 23% in agosto 2025: la crisi mette sotto pressione l’intero Made in Italy alimentare

La carica di presidente degli Stati Uniti dà potere a chi la ricopre e lo pone in una posizione di privilegio rispetto alle altre persone. Una sua parola, o meglio un suo messaggio sui social, può influenzare il mondo della finanza e l’economia dell’intero pianeta. Quest’ultimo presidente sembra aver capito molto bene il meccanismo e con un caos controllato ha creato le condizioni per fare soldi alle spalle degli altri. Aver nominato ai vertici degli organismi di controllo dei fedelissimi aiuta.

Ora non è in discussione se poteva o non poteva agire come ha agito, ma le conseguenze di questo comportamento.

Il mercato Usa da primo partner a variabile impazzita

La globalizzazione, nel bene o nel male, esiste. La mano invisibile che dovrebbe correggere le storture del mercato funziona quando il sistema agisce in modo corretto, non quando al suo interno operano soggetti che ne manipolano le regole. Oggi sono i post di Donald Trump a creare distorsioni. E più in generale la sua politica, sia interna sia internazionale, ha generato un’incertezza che sta paralizzando l’economia mondiale.

Gli Usa sono sempre stati un punto di riferimento per hard power e soft power. Non è solo la struttura militare a esercitare influenza: è la cultura, esportata attraverso Hollywood, internet e i fast-food. La Coca-Cola si trova ovunque, il Chinotto no; il panino con l’hamburger è diventato universale, la michetta con la Bologna no. Questa capacità di penetrazione nelle altre società è uno dei punti di forza degli Stati Uniti. Ora, però, il mondo sta fermo a guardare. In attesa.

Illustrazione editoriale

Una stagione di cancellazioni, dazi e minacce

In questo periodo si è assistito a tutto: cancellazioni di accordi internazionali, dazi, guerre commerciali, attacchi verbali a figure apicali della politica internazionale, soppressione di diritti, smantellamento dell’apparato scientifico americano. Un’inondazione — come teorizzata dalle menti Maga — che ha messo in difficoltà l’opposizione interna e il resto del mondo insieme.

Il mercato Usa è diventato «radioattivo» per chi esporta. I produttori italiani cercano di capire come presidiarlo ancora, in particolare nel settore agroalimentare. Gli effetti sui numeri sono ormai documentati: secondo i dati Istat elaborati da Coldiretti, nel solo mese di agosto 2025 — il primo con i dazi al 15% pienamente in vigore — l’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti ha registrato un calo del 23% su base annua. La crescita che tra gennaio e agosto 2024 valeva 802 milioni di euro si è azzerata: nello stesso periodo del 2025 è aumentata di un solo milione, secondo le stime di Cia-Agricoltori Italiani.

Nel complesso, l’export agroalimentare italiano ha chiuso il 2025 a quasi 73 miliardi di euro — un record storico in valore assoluto — ma con gli Stati Uniti scivolati al terzo posto tra i mercati di destinazione, superati dalla Francia. Il mercato americano ha chiuso a 7,5 miliardi, in calo del 5% sul 2024 (fonte: Coldiretti su dati Istat).

Il vino: il settore che ha pagato il prezzo più alto

Nel settore enologico l’impatto è stato ancora più netto. L’export di vino italiano negli Usa ha raggiunto nel 2025 circa 1,75-1,8 miliardi di euro, con un calo che l’Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv) quantifica tra il 9% e il 13% a seconda del metodo di calcolo, e con il mercato americano che pesa per il 60% dell’intero deficit annuo del comparto (fonte: Osservatorio Uiv-Istat). I rossi fermi in bottiglia hanno subito le perdite più pesanti: -28% nei volumi nel secondo semestre 2025, con una contrazione del prezzo medio del 10,8%. Nonostante alcuni produttori abbiano abbassato i listini in media del 17% per assorbire le tariffe, le vendite di luglio e agosto sono crollate del 28% in valore, secondo i dati Uiv.

In pratica più di una vendemmia è ferma nei magazzini. Le abitudini di consumo sono cambiate, e il mercato estero più redditizio si è azzoppato nel giro di pochi mesi. La vendemmia 2025, peraltro particolarmente abbondante — stimata intorno a 47 milioni di ettolitri, un primato mondiale in volume (fonte: Ismea) — aggrava ulteriormente il problema delle scorte.

Nuovi mercati cercasi, ma non è semplice

In molti settori sono stati congelati investimenti e bloccati progetti. Nelle stanze dei bottoni delle aziende si elaborano piani alternativi, si esplorano nuovi mercati. Nonostante gli accordi firmati dall’Ue, aprire nuove rotte commerciali o «far innamorare» altre società dei prodotti made in Italy richiede anni, non mesi.

Il Brasile è l’unica nota positiva tra i Paesi terzi, con una crescita del 3,8% nel 2025 (fonte: Osservatorio Uiv-Istat). I mercati europei tengono — la Germania resta il principale acquirente a 11,2 miliardi — ma non possono compensare da soli il peso degli States.

L’inflazione come rischio strutturale

All’orizzonte ci sono costi energetici in rialzo, con filiere che non saranno in grado di assorbire tutte le variazioni dei prezzi e il rischio concreto di una nuova spinta verso l’alto dell’inflazione. Il settore agroalimentare italiano aveva già sperimentato picchi del 10,2% nel 2023, scesi al 2,5% nel 2024, ma risaliti al 3,1% nei primi sette mesi del 2025 (fonte: Ismea). In una fase in cui gli italiani si orientano sempre più verso prodotti di qualità — la spesa per Dop e Igp nella grande distribuzione ha raggiunto 6,2 miliardi di euro nel 2024, con crescita dell’1,1% (fonte: Ismea) — un’ulteriore pressione sui prezzi rischia di spingere alcune fasce di consumatori a tornare a scegliere in base al prezzo, non al prodotto.

Siamo spettatori, in questo momento storico, e tutti in attesa di capire cosa succederà nei prossimi mesi. Se questa crisi rientrerà o sfocerà in qualcosa di più strutturale.

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