Il conflitto tra Usa, Israele e Iran minaccia energia, fertilizzanti e rotte commerciali: cosa può succedere nel mercato italiano
Il prezzo dell’olio d’oliva ha appena smesso di fare paura. Quello della pasta, idem. Ma prima che il portafoglio torni a respirare, dall’orizzonte arriva un’altra nuvola scura: la guerra in Iran. E questa volta la preoccupazione non viene solo dai telegiornali — viene dalle cooperative agricole, dalle associazioni di categoria, dagli industriali calabresi che avevano appena iniziato a vendere in Medio Oriente. Tutti a dire la stessa cosa: potrebbe succedere di nuovo.
Lo spettro dell’Ucraina
Per capire cosa potrebbe succedere, basta guardare cosa è già successo. Quando nel 2022 esplose il conflitto in Ucraina, i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti impazzirono. L’inflazione alimentare, che nel 2021 era allo 0,6%, schizzò al 9,1% nel 2022 e al 10% nel 2023. Quattro anni dopo, quei rincari non sono ancora rientrati del tutto: i fertilizzanti costano ancora il 46-49% in più rispetto a prima, l’energia il 66% in più.
Il nuovo conflitto rischia di sommarsi a una situazione già fragile. Dal Medio Oriente — Iran compreso — proviene oltre il 25% della disponibilità globale di energia e più del 33% dei fertilizzanti usati nel mondo. Se quei flussi si interrompono o anche solo si riducono, gli effetti arrivano dritti nelle aziende agricole e, da lì, sugli scaffali dei supermercati.

Lo stretto di Hormuz e il petrolio
C’è un dettaglio geografico che trasforma questa guerra in un problema globale: lo stretto di Hormuz. Attraverso quel passaggio, largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, transita circa il 20% dell’offerta petrolifera mondiale. L’Iran lo controlla. E la possibilità che quel corridoio venga bloccato o anche solo reso più rischioso è sufficiente a far oscillare i mercati.
Per un Paese come l’Italia — manifatturiero, privo di materie prime energetiche proprie — uno shock sul prezzo del petrolio si trasmette rapidamente a tutto il sistema produttivo, agricoltura compresa. Gasolio per i trattori, energia per le serre, costi di trasporto: ogni voce della filiera dipende dal prezzo dell’energia.
I fertilizzanti: un nodo critico
Meno visibili del petrolio ma altrettanto importanti, i fertilizzanti rappresentano forse il punto più delicato. La loro produzione dipende in larga misura dal gas naturale, e le forniture globali passano per aree oggi instabili. Chi coltiva grano, orzo, mais, girasole — ma anche vigneti e oliveti — sa bene che il costo dei concimi incide pesantemente sui bilanci aziendali.
Le associazioni agricole chiedono misure urgenti: piani di stoccaggio strategico, sospensione del meccanismo europeo di tassazione sulle emissioni (il cosiddetto Cbam) che aggrava ulteriormente il costo dei concimi importati, interventi diretti a sostegno delle imprese.
Le rotte commerciali e i prodotti freschi
C’è poi un problema meno ovvio ma concreto: la logistica. Le navi che collegano l’Italia ai mercati asiatici e del Golfo passano per rotte che oggi diventano più rischiose e costose. Chi esporta frutta fresca — kiwi, mele — sa che i tempi di trasporto non si possono allungare troppo: il prodotto deperisce.
Il Piemonte esporta mele verso Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq, Kuwait, Qatar per un valore di oltre 151 milioni di euro. L’Italia è il secondo esportatore mondiale di mele, con quasi un milione di tonnellate vendute all’estero ogni anno. Nei magazzini frigoriferi è ancora stoccato circa il 40% del raccolto. Se le rotte del Golfo si chiudono o diventano troppo costose, dirottare quei volumi verso mercati europei già saturi farebbe crollare i prezzi — a danno dei produttori.
Non solo mele: container già in viaggio rischiano di non arrivare in tempo, con perdita del valore della merce e costi logistici che le imprese difficilmente possono assorbire.
I dazi americani, un problema che c’era già
La crisi iraniana si innesta su un quadro già complicato. L’amministrazione Trump ha introdotto nuove tariffe doganali al 10% sulle importazioni, con prospettive di ulteriori rincari specifici per settore. Per i formaggi italiani si parla di dazi fino al 25%, per le conserve oltre il 21%. Il mercato americano vale circa 8 miliardi di euro per l’export agroalimentare italiano — e non è sostituibile facilmente.
Il nodo dell’etichettatura: cosa c’è davvero nel carrello
Mentre si discute di geopolitica, Coldiretti ha colto l’occasione per sollevare un problema strutturale che riguarda i consumatori direttamente: quello che viene venduto come “Made in Italy” non sempre lo è.
Petti di pollo sudamericani, semplicemente impanati o trasformati in crocchette, finiscono sul mercato europeo con etichetta italiana. Cosce di maiale olandesi o danesi vengono salate e stagionate e vendute come prosciutti tricolori. Carciofini egiziani finiscono sott’olio come prodotto italiano. Mozzarelle fatte con latte tedesco, polacco o addirittura cagliata ucraina vengono vendute come Made in Italy. Sughi al pomodoro prodotti a partire da concentrato cinese.
Tutto questo è legale, grazie alla cosiddetta “regola dell’ultima trasformazione sostanziale” del codice doganale europeo: se l’ultima lavorazione significativa avviene in Italia, il prodotto può essere etichettato come italiano. Coldiretti chiede l’abolizione di questa norma e l’obbligo di etichettatura d’origine su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Nessuno sa con certezza come evolverà il conflitto. Se resterà circoscritto e di breve durata, gli effetti economici potrebbero essere limitati. Se si prolungasse o si allargasse ad altri Paesi della regione, le ricadute sull’energia, sui fertilizzanti e sulle rotte commerciali potrebbero essere significative.
Quel che è certo è che il settore agricolo italiano arriva a questo appuntamento già affaticato, con costi strutturalmente più alti rispetto a prima della guerra in Ucraina e margini compressi. Un altro shock — anche parziale — si trasmette più velocemente a valle, e arriva prima al carrello della spesa.
Chi produce cibo chiede al governo misure immediate sul caro-energia, stoccaggi strategici di fertilizzanti, sostegno all’export. Chi lo acquista può aspettarsi, nel peggiore dei casi, una nuova stagione di rincari su alcuni prodotti — energia, cereali, derivati — non necessariamente immediata, ma possibile entro i prossimi mesi.
