I dati FAO 2025 mostrano progressi incoraggianti ma anche criticità. Se ne parla a Pordenone il 18-19 febbraio
Il pesce che arriva sulle nostre tavole dal Mediterraneo sta diventando più sostenibile, ma la strada è ancora lunga. Il nuovo rapporto della FAO sulla pesca mediterranea porta notizie contrastanti: da un lato la pressione sugli stock ittici si è dimezzata in dieci anni, dall’altro più della metà delle specie analizzate rimane sovrasfruttata.
I numeri del Mediterraneo
Nel 2023 la pesca nelle acque del Mediterraneo e del Mar Nero ha prodotto 1,1 milioni di tonnellate di pescato, per un valore di 16 miliardi di dollari. Un’industria che dà lavoro a circa un milione di persone, con dinamiche che stanno cambiando grazie a una gestione più rigorosa e basata su dati scientifici.
Il rapporto “Stato della pesca nel Mediterraneo e nel Mar Nero” (SoMFi) 2025, pubblicato dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) della FAO, analizza 120 stock ittici e offre uno sguardo dettagliato su cosa sta accadendo sotto la superficie del nostro mare.
Le buone notizie
Tra il 2013 e il 2023 la mortalità dovuta alla pesca è diminuita in modo significativo, mentre la biomassa delle specie commerciali è aumentata del 25%. Alcuni risultati sono notevoli: nel Mar Adriatico la sogliola comune ha registrato dal 2019 una riduzione della mortalità da pesca del 42% e un incremento della biomassa del 64%. Nel Mar Nero, il rombo ha visto diminuire la mortalità dell’86% con un aumento della biomassa del 310% rispetto al 2013.

Merito di 11 piani di gestione adottati dai Paesi aderenti alla CGPM, 11 zone di restrizione della pesca e 18 programmi di ricerca. Triglie e gamberi rossi giganti mostrano una marcata riduzione della mortalità da pesca.
Le criticità persistenti
Non tutto brilla però nei nostri mari. Le sardine continuano a soffrire di sovrasfruttamento prolungato senza segni di ripresa. Il nasello europeo, pur con una diminuzione del 38% della mortalità da pesca dal 2015, presenta solo modesti segnali di recupero. Il problema? Spesso viene pescato a strascico, danneggiando l’habitat, e prima che raggiunga la maturità sessuale. Non a caso le quantità pescate di nasello e triglia sono in diminuzione da 15 anni.
Il 52% degli stock analizzati risulta ancora sovrasfruttato. Un miglioramento rispetto all’87% di dieci anni fa, ma un livello che rimane troppo elevato per garantire la salute degli ecosistemi marini.
La pesca artigianale vale qualità
Un dato interessante emerge sul fronte della pesca artigianale e su piccola scala: rappresenta l’83% della flotta in attività, il 52% del personale imbarcato, ma solo il 3% delle quantità pescate. Genera però il 15% del valore totale, segno di una concentrazione su specie di qualità superiore.
In Italia la flotta conta 9.468 imbarcazioni (dati 2023), di cui 5.883 piccole barche. Siamo la terza flotta del Mediterraneo dopo Grecia e Tunisia, ma primi per numero di imbarcazioni da pesca a strascico: 2.151 unità, il 36% di tutte quelle operative nel Mediterraneo.
Il settore tra invecchiamento e sostenibilità
La pesca italiana e mediterranea affronta anche altre sfide: il 52% dei pescatori ha più di 40 anni, segnalando un invecchiamento della forza lavoro. Ci sono disuguaglianze nella redditività tra diverse tipologie di pesca e permangono problemi legati agli scarti e alle catture accidentali di specie vulnerabili.
Appuntamento a Pordenone
Tutti questi temi verranno approfonditi durante AquaFarm 2026, la mostra-convegno internazionale dedicata ad acquacoltura, pesca sostenibile e produzione di alghe, in programma il 18 e 19 febbraio alla Fiera di Pordenone. Quest’anno debutta AquaFishery, un nuovo focus dedicato alla pesca artigianale e professionale su piccola scala.
