Il trattato di libero scambio divide l’Europa. Tra promesse di export e timori per qualità e sicurezza alimentare
Il 9 gennaio 2026 è arrivato il via libera degli ambasciatori dei 27 paesi UE all’accordo commerciale con il Mercosur, l’alleanza sudamericana che riunisce Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Lunedì 12 gennaio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dovrebbe firmare il trattato in Paraguay. Ma mentre Bruxelles celebra quello che definisce “un accordo epocale”, nei campi e nelle piazze d’Europa si moltiplicano le proteste. Cosa significa davvero questo accordo per chi produce e per chi consuma cibo in Europa?
Venticinque anni per un’intesa controversa
L’accordo UE-Mercosur è stato negoziato per un quarto di secolo. Sulla carta, apre un mercato di oltre 250 milioni di consumatori sudamericani ai prodotti europei e viceversa. Per il vino italiano, ad esempio, significa l’eliminazione di dazi che oggi arrivano fino al 35% sugli spumanti e al 27% sui fermi. L’olio d’oliva potrebbe beneficiare dell’abbattimento del 10% di dazio. Anche formaggi, salumi e pasta puntano sulla riduzione delle barriere tariffarie.

Il commissario europeo al commercio Maros Šefčovič parla di un aumento del 50% delle esportazioni agroalimentari europee verso la regione, con 344 indicazioni geografiche protette. I numeri sembrano promettenti: secondo la Commissione, l’accordo vale 400 milioni di euro aggiuntivi per l’industria alimentare italiana.
Il rovescio della medaglia: cosa arriva sulle nostre tavole
Ma c’è un problema che preoccupa chi coltiva e alleva in Europa: la reciprocità. O meglio, la sua mancanza. L’accordo apre le porte dell’UE a 300 milioni di kg di carne di manzo e pollo, 60 milioni di kg di riso e 180 milioni di kg di zucchero dal Sudamerica. Il punto non è tanto la quantità, quanto le regole con cui questi prodotti vengono realizzati.
In Brasile, sulla canna da zucchero si usano almeno 30 sostanze attive vietate nell’Unione Europea. Negli allevamenti sudamericani sono ammessi antibiotici che da noi sono proibiti. Il riso può essere coltivato con pesticidi banditi in Europa. Luigi Maccaferri, presidente di Coprob Italia Zuccheri, sintetizza così: «Il principio di reciprocità sulle importazioni è assolutamente fondamentale. Non possiamo accettare che arrivino sulle nostre tavole prodotti ottenuti con sostanze vietate nei nostri campi».
I settori più esposti
Il riso: l’Italia produce circa 1,5 milioni di tonnellate di risone all’anno. L’Uruguay ne produce altrettanto, ma esporta il 95% del raccolto. Con l’accordo, il riso sudamericano entrerà a dazio zero (da 10.000 a 60.000 tonnellate), mentre quello europeo continuerà a pagare dazi quando va in direzione opposta. Natalia Bobba, presidente dell’Ente Nazionale Risi, è netta: «Questa intesa non tutela i nostri risicoltori. Il potenziale produttivo del Mercosur è sei volte superiore a quello dell’Unione Europea».
Lo zucchero: la filiera bieticola italiana rischia di essere travolta da zucchero di canna prodotto con standard ambientali e lavorativi molto diversi dai nostri. A rischio non solo i produttori, ma anche la sicurezza alimentare.
Il pollame: Unaitalia, l’associazione delle filiere delle carni e delle uova, parla di “profonde preoccupazioni” per la concorrenza sleale dovuta alla disparità di standard produttivi.
Le proteste: dai Pirenei al Brennero
Gli agricoltori europei non ci stanno. In Francia, il Coordinamento Rurale ha portato un centinaio di trattori sotto la Tour Eiffel e all’Arco di Trionfo, sfidando il divieto di manifestare nel centro di Parigi. Il governo francese ha confermato il voto contrario, con il presidente Macron che ha definito l’accordo «di un’altra epoca, negoziato su basi ormai obsolete».
In Spagna, i manifestanti hanno bloccato l’autostrada AP-7 al confine con la Francia e altre arterie in Catalogna. In Italia, un centinaio di trattori piemontesi è confluito a Milano il 9 gennaio per la manifestazione nazionale del Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani.
Coldiretti e Filiera Italia chiedono controlli al 100% degli alimenti provenienti dal Mercosur, l’obbligo di etichettatura d’origine chiara su tutti i prodotti e l’abolizione della regola sulla “ultima trasformazione” che permette di far diventare “italiani” prodotti che non lo sono.
Le clausole di salvaguardia: bastano davvero?
Per placare le proteste, la Commissione ha introdotto meccanismi di salvaguardia. Se i prezzi scendono dell’8% o le importazioni aumentano improvvisamente della stessa percentuale, scatterebbero le protezioni. Su pressione di Italia e Parlamento europeo, si sta discutendo di abbassare questa soglia al 5%, come chiesto dal ministro italiano dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
La Commissione promette anche un aumento del 50% dei controlli alle frontiere e l’abbassamento fino allo “zero tecnico” delle soglie di residui ammessi per le sostanze vietate più pericolose. Ma i numeri parlano chiaro: oggi i controlli riguardano circa il 3% delle merci in ingresso. Anche con l’aumento del 33% proposto, si arriverebbe solo al 4%.
Italia: da oppositrice a possibile sostenitrice
Secondo il quotidiano francese “Les Echos”, l’Italia è “pronta a cambiare campo” dopo aver ottenuto concessioni su agricoltura e Politica Agricola Comune. Il governo Meloni avrebbe condotto un “negoziato tattico”, opponendosi pubblicamente giusto il tempo di strappare garanzie per il settore agricolo.
Con il sì italiano, si raggiungerebbe la maggioranza qualificata necessaria (15 paesi che rappresentano il 65% della popolazione UE), nonostante l’opposizione di Francia, Irlanda, Ungheria, Polonia e Austria.
Cosa succede ora
L’accordo si compone di due parti: l’Accordo commerciale ad Interim (che riguarda solo il commercio, di competenza esclusiva UE) e l’Accordo di Partenariato (che include anche cooperazione politica, di competenza mista Stati-UE).
Dopo la firma del 12 gennaio, serviranno le ratifiche del Parlamento europeo e, per la parte di competenza mista, anche dei parlamenti nazionali. Un percorso lungo, che offre ancora margini di opposizione.
Il dilemma del consumatore
Per chi fa la spesa, l’accordo pone domande concrete. Avremo vino e olio italiani più competitivi in Sudamerica? Probabilmente sì. Ma troveremo anche sugli scaffali europei carne, riso e zucchero prodotti con sostanze che l’UE ha bandito per tutelare salute e ambiente? Anche questo è probabile.
La questione non è essere contro il libero scambio in sé, ma chiedersi: libero scambio a quali condizioni? Copa e Cogeca, le organizzazioni europee di agricoltori e cooperative, lo dicono chiaramente: «Le misure proposte limitano solo in parte i rischi. L’accordo con il Mercosur rimane imperfetto e danneggerebbe la competitività dell’agricoltura dell’UE».
In un momento in cui cresce l’attenzione verso la qualità, la tracciabilità e la sostenibilità del cibo, questo accordo sembra andare in direzione opposta. Resta da vedere se le clausole di salvaguardia saranno sufficienti a proteggere non solo i produttori europei, ma anche la qualità di ciò che finisce nei nostri piatti.
