In direzione ostinata e contraria

L’Italia è un Paese malato e ha bisogno di una nuova logistica, più etica, minore burocrazia ed energia a buon mercato

Scomodo De André e la sua “Smisurata preghiera”. Lo scomodo perché spesso mi ritrovo a chiedermi cosa penserebbe lui di questa società, di come è cambiata in questi anni. Si sente parlare di tradizioni, di valori, di italianità. Si inneggia a una cultura tricolore, ci si gonfia il petto, un po’ come fanno i francesi e gli inglesi (non per niente si sono presi a mazzate per centinaia di anni), si prova a mostrare le piume del pavone italico, nella speranza di fare come i bagnini della Riviera Romagnola quando erano loro l’attrazione turistica per la componente femminile del Nord Europa. Una ostentazione che, appena si gratta la superficie, appare volgare e ingestibile. Stiamo ottenendo dei buoni risultati in termini di export, il fascino dell’Italia e del Made in Italy è ancora alto, ma c’è un problema infrastrutturale che ci sta impendendo di esprimere al massimo le nostre potenzialità sia nel mercato interno sia all’estero.

Oggi l’Italia è malata e non sta curando la malattia, ma solo i sintomi. Nei miei recenti viaggi attraverso la penisola ho potuto vedere come l’infrastruttura portante del nostro Paese sia rimasta sostanzialmente quella emersa dal dopoguerra: la grande novità è l’alta velocità che però è stata realizzata penalizzando la mobilità ferroviaria locale. Le grandi aree vinicole nel passato sono sorte lungo i fiumi, non perché il “terroir” fosse migliore, ma perché c’era una via di trasporto. La logistica qui si muove solo su ruote e non tutte le strade sono praticabili ai mezzi pesanti, ci sono aree relativamente vicine ma non per il trasporto. Tradotto: ponti “sotto osservazione” e viabilità secondaria al limite, con gli automezzi costretti a fare giri assurdi.

L’Italia ha panorami bellissimi, ma, e lo insegnano sin dall’elementari (forse bastava non copiare) non ha materie prime e per produrre energia ha sempre dovuto dipendere da fuori. Oggi la tecnologia sta mettendo a disposizione del nostro Paese le risorse per renderci più indipendenti a livello energetico, ma invece di pianificare e progettare ci si arrocca nel tradizionale “non nel mio giardino”. Risultato di questa mancata politica energetica: da noi l’energia ha i costi più alti d’Europa.

Logistica ed energia. Se a queste due voci aggiungiamo la burocrazia creiamo il mix perfetto e scopriamo la malattia del nostro Paese. Fare impresa ogni giorno è sempre più difficile. Tornando a De André e alla società che cambia. Nel dopoguerra ci sono state lotte per i diritti dei lavoratori e imprenditori illuminati avevano capito che fiducia, serenità e felicità possono essere quella componente immateriale che permetteva la crescita. Oggi la società è precarizzata, i giovani faticano a raggiungere l’indipendenza economica, chi può emigra e chi non può finisce in una spirale di contratti a termine: zero futuro, zero investimenti in una famiglia. Zero fiducia, zero impegno. Per avere margini immediati è stato compromesso l’intero sistema.

I ristoratori non trovano personale? Ma quanti ristoratori pagano il giusto, fanno contratti e li rispettano? Quante aziende agricole sfruttano mano d’opera in nero? Ogni tanto balzano agli onori della cronaca gli interventi delle Forze dell’Ordine, assieme ai messaggi di infiltrazioni della criminalità organizzata nella ristorazione e nel sistema agricolo, ma anche qui spesso si dice il peccato e non il peccatore. Uno dei fiori all’occhiello dell’Italia, il sistema agroalimentare, è corrotto da pratiche irregolari, queste creano enormi difficoltà a chi vorrebbe rispettare le regole. Mette in crisi le piccole aziende, quelle che raccontano il territorio, che sanno quanto sia bassa la terra o quanto a fine giornata il pavimento della cucina sia sporco.

Il futuro, per chi naviga in direzione ostinata e contraria, è irto di difficoltà, ma viviamo veramente su un territorio che trasuda storia ed è ricco di eccellenze enogastronomiche (e uso questo termine con consapevolezza e non per marketing). Oggi più che mai è il momento di ripulire questo ambiente e far di nuovo assaggiare al mondo i nostri vini e i nostri prodotti. La cura c’è: una logistica efficiente, un costo energetico corretto e in linea con gli altri Paesi, semplificare la bucrazia, ma soprattutto c’è bisogno di più etica e di cacciare i disonesti.

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