La cucina come strumento di pace

La nostra “tradizione” è frutto di grandi contaminazioni, più di tutti dovremmo capire gli altri e rispettarli. La tavola può essere l’inizio

L’Italia è al centro del Mediterraneo. Affermazione forse lapalissiana, ma ricca di significati. Da qui sono stati controllati i traffici con l’Oriente, l’Africa, il mondo arabo e, quando la Via della Seta era più importante, anche con India e Cina. L’Italia è sempre stata un collettore di prodotti agroalimentari e di abitudini culinarie sin dall’antichità.

Durante l’epoca romana non c’era leccornia che non confluisse nel cuore del regno; nel Medioevo i ricchi facevano a gara per dimostrarsi più ricchi spargendo le costose spezie ovunque. Le diverse dominazioni straniere hanno lasciato evidenti tracce nella gastronomia locale e non solo nell’architettura e nel dialetto.

L’Italia è un crogiolo di molteplici “tradizioni” culinarie e Quando l’Italia è già un crogiolo di molteplici “tradizioni” culinarie, la scoperta dell’America da parte di Colombo ha permesso l’arrivo in Europa di prodotti che hanno trasformato il modo di mangiare di tutti noi. Pomodoro, patate, peperoni, fagioli, zucche, cioccolato giusto per citarne alcuni che nel giro di qualche centinaio di anni hanno rivoluzionato la gastronomia del nostro Paese.

Oggi stiamo vivendo un periodo molto complesso dal punto di vista geopolitico, con forti tensioni sociali. Qualunque cosa diventa contrapposizione e fonte di tensione tra le persone. La cucina potrebbe diventare uno strumento di pace, a patto di accettare l’assenza (io metterei “le origini”) della tradizione della cucina italiana.

Questa parola è abusata, perché la vera tradizione della cucina italiana è legata alla trasformazione, alla curiosità e alla sperimentazione. La prima versione della pasta al forno, medievale, prevedeva solo pasta e cacio, oggi è un piatto più ricco, evoluto dalle sue origini prima ricetta medievale, ma non per questo meno buono, anzi, e meno simbolico.

Ogni volta che siamo giunti in contatto con un ingrediente lo abbiamo testato, provato, introdotto. Oggi c’è da difendere questa curiosità e voglia di provare. Sedersi ai tavoli di ristoranti etnici significa entrare nella loro cultura di altri popoli, significa scoprire sapori e modi di lavorare gli ingredienti nuovi. Gli chef fanno questo: girano il mondo, raccolgono esperienze, sapori e tecniche, e poi le mettono a terra nei propri locali, magari nella terra natia.

Perché la cucina può essere uno strumento di pace? Perché può diventare un momento di confronto senza scontro, tra abitudini gastronomiche diverse, un’occasione per capire l’altro attraverso un piatto. La cucina come ponte tra i popoli, come forma di rispetto delle idee altrui. Perché oggi il rispetto manca e se ne sente la mancanza.

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