Il comportamento dei consumatori italiani cambia: nell’era dell’inflazione si salvano solo i prodotti di qualità certificata
Il 2024 ha messo in crisi la fiducia dei consumatori italiani verso il “made in Italy” generico. Non basta più esporre il tricolore in etichetta o vantare l’origine italiana per garantirsi uno spazio nel carrello della spesa. I dati dell’osservatorio Immagino di GS1 Italy rivelano un anno statico per l’italianità alimentare: crescita minima del fatturato (+1,2%) e vendite in calo del -0,7% sui volumi.
Un risultato che sorprende se consideriamo che stiamo parlando di 27.978 prodotti che hanno generato oltre 11,6 miliardi di euro di fatturato, rappresentando la categoria più importante nei supermercati italiani.

La bandiera non basta più
I numeri raccontano una storia chiara: gli italiani stanno diventando più selettivi. La bandiera tricolore, presente su 16.461 prodotti, resiste ancora con una crescita del +2,5% a valore e +0,2% a volume. Ma gli oltre 9.000 prodotti con il claim “100% italiano” sono fermi al +0,2% di fatturato con un -1,5% sui volumi. Peggio ancora per le 5.717 referenze “prodotto in Italia”: -1,8% a valore e -3,6% a volume.
Il messaggio è netto: i consumatori non si accontentano più delle semplici dichiarazioni di italianità. Dopo un anno di inflazione e incertezza economica, le famiglie italiane hanno rimodulato le loro abitudini di consumo, diventando più attente e selettive.
L’eccezione che conferma la regola: i DOP
In questo panorama di stagnazione, c’è una categoria che brilla: i prodotti DOP. I 1.467 prodotti DOP hanno registrato una crescita del +2,7% a volume e del +5,8% a valore, raggiungendo quasi 803 milioni di euro. Un successo che dimostra come la qualità certificata mantenga il suo appeal.
La differenza sta nella garanzia: mentre un claim generico può essere più o meno credibile, la denominazione di origine protetta offre regole stringenti e controlli verificabili. I consumatori, pressati dall’inflazione e più attenti alla spesa, scelgono dove investire i loro euro con maggiore oculatezza.
Il territorio che funziona
Anche il richiamo al territorio specifico funziona. Tra le categorie più scelte per valore si trovano frutta e verdura (+1,7%) e formaggi (+1,1%), spesso legate a tradizioni regionali forti. Il Trentino-Alto Adige mantiene il primato con 396 milioni di euro, seguito da Sicilia e Piemonte.
Sorprendente il successo dei riferimenti cittadini: 1.563 prodotti che richiamano Bologna, Genova, Napoli o Roma hanno fatturato 579 milioni di euro. La pasta fresca ripiena bolognese, i preparati genovesi, la pizza napoletana: quando la tradizione è riconoscibile e autentica, i consumatori premiano.

Consumi consapevoli nell’era post-inflazione
Nel 2024 la spesa media degli italiani è rimasta stabile sui 25,12 euro, ma aumenta la frequenza degli acquisti a 196 volte l’anno. Un comportamento che riflette una maggiore attenzione: si compra più spesso ma in quantità minori, scegliendo con cura.
Tra le uniche voci di spesa in aumento ci sono salute e benessere (24% del campione) e consumo alimentare domestico (16%). I consumatori investono su ciò che considerano davvero importante: la propria salute e il cibo di qualità.
La lezione del 2024
Il mercato sta mandando un segnale chiaro all’industria alimentare italiana: l’epoca del marketing facile basato su simboli patriottici è finita. Il largo consumo ha chiuso il 2024 con un calo degli acquisti in volume (-1,8%) e una crescita modesta (+1,3%), segno di famiglie ancora sotto pressione economica.
Chi vince sono i prodotti che offrono garanzie concrete: certificazioni verificabili, tradizioni autentiche, territorio riconoscibile. Non basta dire di essere italiani, bisogna dimostrarlo con sostanza e qualità. In un momento di incertezza economica, i consumatori italiani scelgono l’italianità vera, quella che vale la pena pagare.
