Biologico non basta: per un suolo sano meno lavorazioni

Uno studio rivela che lavorazioni ridotte e rotazioni intelligenti migliorano il terreno più del semplice passaggio al bio. Le pratiche vincenti per un’agricoltura sostenibile

Uno studio, pubblicato su Science, condotto nei Paesi Bassi su 53 campi coltivati, tra biologici e convenzionali, ha rivelato che la vera differenza nella salute del suolo non dipende tanto dal tipo di agricoltura adottata, quanto dall’intensità della gestione. Mentre l’agricoltura biologica è spesso celebrata come più sostenibile, i risultati dimostrano che anche i campi convenzionali possono raggiungere livelli simili di multifunzionalità del suolo, purché si riducano alcune pratiche intensive.

Cosa danneggia davvero il suolo?

L’analisi ha identificato due fattori chiave che compromettono la salute del suolo:

  1. Lavorazione frequente e profonda del terreno: L’uso ripetuto dell’aratro, soprattutto con tecniche di inversione, riduce la stabilità strutturale e la capacità del suolo di trattenere acqua e nutrienti.
  2. Monocolture e assenza di rotazioni: La mancanza di diversità colturale e l’eliminazione delle colture di copertura (come leguminose e graminacee) impoveriscono il terreno, diminuendo la sua capacità di rigenerarsi.
Suolo sano con meno lavorazioni
Suolo sano con meno lavorazioni

Le pratiche che rigenerano il suolo

Lo studio suggerisce che, indipendentemente dal metodo di coltivazione (biologico o convenzionale), alcune strategie possono migliorare significativamente la qualità del suolo:

  • Riduzione della lavorazione: Limitare l’uso dell’aratro e preferire tecniche di minima lavorazione preserva la struttura del suolo e la sua biodiversità.
  • Colture di copertura: L’introduzione di leguminose e graminacee tra un ciclo colturale e l’altro aumenta il carbonio organico (SOC), migliora la fertilità e previene l’erosione.
  • Apporto di materia organica: L’uso di compost e letame, anziché fertilizzanti sintetici, favorisce la vita microbica e la capacità del suolo di autorigenerarsi.

Biologico e convenzionale: quando si equivalgono

Contrariamente a quanto si crede, l’agricoltura biologica non è sempre migliore di quella convenzionale in termini di salute del suolo. Se gestita in modo intensivo (con frequenti lavorazioni o poca rotazione), può avere effetti negativi simili a quelli dell’agricoltura tradizionale. D’altra parte, un campo convenzionale con rotazioni ben pianificate e minore disturbo del suolo può raggiungere livelli di fertilità paragonabili a quelli biologici.

Rotazioni in agricoltura aiutano rigenerare il terreno
Rotazioni in agricoltura aiutano rigenerare il terreno

La svolta: dalla “intensificazione sostenibile” alla “deintensificazione produttiva”

I ricercatori propongono un cambio di paradigma: invece di spingere per un’agricoltura sempre più intensiva (anche se con metodi “green”), sarebbe meglio ridurre l’impatto delle pratiche agricole mantenendo alte rese. In altre parole, produrre meglio, non di più a tutti i costi.

Cosa possono fare viticoltori e agricoltori?

  • Adottare rotazioni più lunghe e inserire colture miglioratrici (come trifoglio o veccia).
  • Sperimentare la non lavorazione o tecniche conservative (es. no-till).
  • Monitorare il carbonio organico, un indicatore chiave della salute del suolo.

Se vogliamo preservare i terreni agricoli per le generazioni future, la vera sfida non è scegliere tra biologico e convenzionale, ma ripensare l’intensità della coltivazione. Meno lavorazioni, più rotazioni e un ritorno alla materia organica potrebbero essere la ricetta per un’agricoltura davvero sostenibile, senza rinunciare alla qualità dei prodotti.

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